Gli unicorni italiani sono nove, e un’altra decina di startup potrebbe presto diventarlo. I dati di scenario sono stati presentati martedì 14 aprile alla terza edizione di Italian Tech Landscape, rapporto di settore firmato dall’osservatorio La Tech Made in Italy in collaborazione con Altermaind, società specializzata in intelligenza artificiale (AI). Vediamo.
Le startup italiane che hanno sfondato
Bending Spoons
In testa alla classifica c’è la milanese Bending Spoons, passata nel giro di pochi anni dalla realizzazione di giochi virali a quella dell’app Immuni, fino a diventare la regina di acquisizioni e ristrutturazioni, e quindi soprattutto una società finanziaria: tante le aziende internazionali finite nel mirino della compagine guidata da Luca Ferrari, tra cui svariati nomi noti al pubblico del web come Evernote, WeTransfer, Vimeo. Bending Spoons oggi vale 11 miliardi di euro.
Technoprobe
Seconda piazza per Technoprobe. Siamo in provincia di Lecco. Il fondatore Giuseppe Crippa, oggi ultraottantenne, la avviò a Merate negli anni Novanta dopo la pensione raggiunta alla STMicroelectronics, colosso olandese di origine franco-italiana. Tecnhoprobe è un’azienda dell’economia reale: produce probe cards, dispositivi che servono per testare circuiti integrati in fase di costruzione. Accorgersi di un malfunzionamento quando sono già stati montati sarebbe antieconomico: per essere verificati prima dell’inserimento nei dispositivi i chip vengono, dunque, collegati a dei tester facendo ricorso a una scheda dotata di centinaia di minuscoli “aghi”. E la scheda è prodotta, tra i pochi al mondo, proprio dall’azienda lombarda. Tra i clienti, Apple, Qualcomm, Samsung e Nvidia, il che spiega la valutazione stratosferica da 7,9 miliardi di euro. Alla guida c’è l’amministratore delegato Stefano Felici, nipote del fondatore. La storia insegna che c’è ancora spazio per l’innovazione di successo che non sia software, ma saldamente ancorata al territorio.
Reply
Terzo posto nella classifica degli unicorni italiani per Reply, system integrator valutato 2,4 miliardi di euro. Qui il business, in sostanza, è quello della consulenza: favorire – cioè – la transizione digitale delle aziende individuando le soluzioni giuste caso per caso. Siamo in Piemonte, ma la società opera su scala internazionale e dà lavoro a 16mila persone: la cifra più alta in questa classifica.
Domyn
Quarta piazza per Domyn, precedentemente nota come iGenius. Fondata nel 2016 da Uljan Sharka, si ferma (si fa per dire) a 1,7 miliardi di euro. L’ambito è, ancora una volta, quello dell’intelligenza artificiale. La società è proiettata sul mercato internazionale, anche grazie a partnership come quella con il fondo emiratino G42, per arrivare alla costruzione di supercomputer proprietari. Ma ci sarebbero accordi anche con Nvidia, Cisco e Microsoft.
Satispay
Segue la fintech Satispay, guidata e co-fondata da un altro piemontese, Alberto Dalmasso, assieme a Dario Brignone e Samuele Pinta (valutazione: 1,6 miliardi di euro). La società si è evoluta parecchio dai primi tempi a Cuneo nel 2013, inglobando – per esempio – il filone del welfare aziendale e quello del buy now pay later. Non manca qualche puntata nel mercato assicurativo, con l’ultima recentissima e annunciata da poco. Ora la sede è a Milano, nel quartiere Isola. L’Italia, per il momento, resta il mercato core, ma l’orizzonte è da tempo chiaramente europeo.
Namirial
Sesta piazza per Namirial, software house fondata nel 2000 a Senigallia (Ancona) che oggi fa capo ai fondi Bain Capital, PSG Equity e Ambienta SGR. Vale 1,1 miliardi di euro. Guidata dall’ad Massimiliano Pellegrini, ha uffici in Europa, America Latina e Asia. Namirial produce una serie di servizi per gestire le transazioni digitali, dai wallet ai sistemi di verifica dell’identità: un settore che, con la diffusione globale dei pagamenti elettronici e i rischi legati alla cybersecurity e alle truffe (ne avevamo parlato qui con la presidente europea di Mastercard), è sempre più centrale.
Scalapay
La settima posizione è ancora di una fintech, l’esponente del buy now pay later Scalapay (1,1miliardi). Di come funzioni il settore del credito istantaneo avevamo scritto qui: molto tempo è trascorso da allora, e, tra alti e bassi, l’idea di suddividere i pagamenti in tre rate senza dover passare da una finanziaria – e quindi da una marea di scartoffie – non è passata di moda. Anzi: con la crisi economica di questi anni spesso il pubblico non fa ricorso a queste app solo per concedersi beni voluttuari, ma anche per permettersi generi di prima necessità. Come si elimina la burocrazia? Nel modello di business di ogni attore del settore è prevista la stima di un certo tasso di insolvenza, che rimane comunque sotto il 10%: il ricorso all’AI aiuta a prevedere quali aree geografiche e categorie di utenti sono maggiormente a rischio. Nata nel 2019, Scalapay se la vede con giganti del settore come la nordica Klarna.
Facile
Ottava piazza per Facile, gruppo che comprende il comparatore Facile.it. Tutto comincia nel 2008 con assicurazione.it; altra epoca, quando l’idea di cambiare fornitore ogni anno era molto distante dalla mentalità degli italiani (ma in qualche paese estero le cose andavano già diversamente). Nel tempo il gruppo fondato da Alberto Genovese (manager che proveniva da eBay) e oggi guidato dall’ad Maurizio Pescarini è cresciuto fino a raggiungere la valutazione di un miliardo di euro. Merito anche di una strategia web precoce e aggressiva che ha compreso l’acquisto di altri domini-chiave come mutui.it, prestiti.it e bollettecasa.it e di alcune indovinate campagne pubblicitarie.
Prima
Siamo nell’insurtech con la nona piazza di Prima. Basata a Milano e con uffici tra Regno Unito e Spagna, la società avviata nel 2015 con un funding da 8 milioni di euro ha raggiunto il primo milione di clienti nel 2020, in corrispondenza con la pandemia e l’accelerazione sul digitale. Oggi prima fa parte del gruppo Axa.
Anche al Sud
In totale sono 11.090 le startup italiane registrate nel 2025, in leggero calo rispetto alle 11.565 dell’anno precedente. Molte operano in ambiti ad alta tecnologia. “E uno dei punti chiave emersi nel nostro rapporto”, commenta Max Brigida, fondatore de La Tech made in Italy. “è il fatto che cominciano a far crescere startup non solo al nord, ma anche anche in Campania, Sicilia, Puglia. Per scrivere codice, del resto, non è necessario trovarsi a Milano. Aggiungerei che quest’anno si comincia a intravedere uno spostamento dai software gestionali, un grande classico italiano, a settori meno battuti come la cybersecurity, il quantum computing e la robotica”. “Manca però ancora – conclude Brigida – la capacità di fare rete”.
Quelle regole per l’AI che non sono un peso
Ma esiste una via europea all’innovazione, alternativa alla Silicon Valley? Secondo Filipe Teixeira, ad portoghese di Altermaind, sì “a patto che gli europei accettino di essere tali”, precisa. In che senso? “Nel continente abbiamo una storia costellata da grandi successi e grandi errori – dice –. Il fatto di essere propensi a controllare, l’afflato che abbiamo verso la gestione dei rischi deriva dal nostro passato: quando abbiamo concesso troppa libertà dal punto di vista politico, tecnologico, militare ci siamo messi nei guai. È stata la storia a insegnarci che dobbiamo controllare ciò che abbiamo tra le mani. E questo, nel 2026, è diventato parte della nostra cultura”.
Vale anche per l’AI, rimarca il manager di un’azienda che, pealtro, opera nel settore. Chiediamo: ma non si afferma spesso che l’Unione europea regolamenta troppo? “Credo che, invece, le regole siano un nostro punto di forza – ribatte Teixeira – . AI Act e Gdpr non sono stati inventati per rompere le scatole, ma per tutelare il singolo utente che non riesce a tenere il passo con l’evoluzione tecnologica. I miei genitori hanno vissuto la dittatura di Salazar, da cui sono scappati per trovare un futuro migliore: sono gente sveglia, eppure oggi faccio fatica a spiegargli che se arriva una videochiamata con la mia faccia potrei non essere io al telefono, perché qualcuno ha usato un software estremamente avanzato per impersonarmi”.
Il problema non riguarda solo gli anziani. Ormai il passo della tecnologia è troppo rapido anche per le aziende. I dipendenti faticano a reggere il ritmo. Qualcuno se ne rende conto anche tra i giganti del settore. Non solo. “Recentemente, Anthropic ha dovuto fermare lo sviluppo di una soluzione che rischiava di sfuggire di mano. Per questo ritengo la governance dell’AI strategica, ed è una competenza su cui l’Europa ha puntato da tre anni”.
Il rischio più grande, conclude Teixeira, è la scalabilità degli agenti AI. Il fatto, cioè, che diventino troppo grandi, troppo potenti. In due parole, troppo autonomi.