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Vita aliena intelligente, le probabilità che esista sono più alte di quel che si pensa

by | Feb 23, 2025 | Tecnologia


Qual è la probabilità che esista vita aliena intelligente nell’Universo (oltre alla nostra, s’intende)? Consideriamo anzitutto questo: il nostro pianeta è un sassolino perduto nell’enorme e freddissimo vuoto dello Spazio, apparentemente simile a miliardi di miliardi di altri. Ma con una particolarità: questo sassolino si trova a una certa distanza dalla sua stella, ha una certa dimensione, un certo campo magnetico, un’atmosfera con una certa composizione chimica. Una combinazione rara e fortunatissima di fattori che ha fatto sì che su quel sassolino fosse presente acqua allo stato liquido, e che alcune molecole, nel corso di miliardi di anni, si assemblassero fino a diventare forme di vita; e che infine queste rudimentali forme di vita si evolvessero in esseri sempre più complessi, esseri umani inclusi. Alla luce di queste considerazioni – che sono alla base del cosiddetto modello hard steps, o dei passi difficili – è chiaro perché ci è voluto così tanto tempo perché gli esseri umani (o, più genericamente, forme di vita intelligenti) comparissero e si evolvessero sul nostro pianeta: l’origine dell’umanità ha richiesto il superamento di una serie di fasi intermedie (i passi difficili, per l’appunto) che sono intrinsecamente improbabili nel tempo disponibile per l’evoluzione biologica sulla Terra. La conseguenza logica di questa assunzione è che la presenza di forme di vita aliena in qualche modo analoghe alla vita umana siano estremamente rare nell’Universo. Uno studio appena pubblicato su Science Advances da parte di un gruppo di ricercatori di diverse università tedesche e americane, però, ha appena messo in discussione le assunzioni fondamentali di questo modello, proponendo che non esistano fasi “intrinsecamente improbabili” e che le tappe evolutive necessarie per l’evoluzione di forme di vita intelligenti possano essere spiegate anche attraverso meccanismi alternativi, come per esempio quelle che chiamano “finestre di abitabilità ambientale”. Insomma, secondo gli autori di questo lavoro, potremmo non essere così soli come pensiamo.

Passi (non tanto) difficili

La prima versione del modello dei passi difficili è stata proposta per la prima volta nel 1983 dal fisico teorico australiano Brandon Carter, noto per i suoi studi sulle proprietà dei buchi neri e per aver dato una nuova definizione del principio antropico, secondo il quale ogni osservazione scientifica è in qualche modo soggetta – o “deformata” – a vincoli dovuti al fatto che sono gli esseri umani a eseguirla. Carter, in particolare, osservò che gli esseri umani emersero sulla Terra quando il Sole era entrato già nella seconda metà della sua vita, interpretando questo fatto come un’indicazione che il tempo medio per l’evoluzione della vita simile a quella umana su un dato pianeta sia molto più lungo della finestra di abitabilità della maggior parte dei pianeti. La ragione per cui gli umani impiegarono così tanto tempo per “arrivare”, dice Carter, sta nel fatto che deve verificarsi, in una data sequenza, un certo numero di “passi difficili” biologici estremamente improbabili.

Inizialmente, lo scienziato propose pochi passi difficili, tra cui l’origine del dna; successivamente, altri scienziati raffinarono il modello, aggiungendone degli altri, tra cui l’origine della vita, la fotosintesi, gli eucarioti e gli animali pluricellulari. Secondo il modello, ognuno di questi passi si è verificato una sola volta nella storia, ha richiesto diversi cambiamenti genetici “contemporanei” ed è stato essenziale per la comparsa degli esseri umani, il che rende la nostra specie una sorta di “prodotto” della fortuna. Dal modello dei passi difficili è disceso un altro concetto, il cosiddetto grande filtro: si tratta di un’idea che cerca di trovare una risposta al famoso paradosso di Fermi, ossia – sostanzialmente – alla domanda se l’Universo è così grande, dove sono tutti gli altri?. Secondo questa ipotesi, i passi difficili fungerebbero, per l’appunto, da filtro alla comparsa di vita aliena intelligente. Ed è proprio per questo che non le avremmo ancora osservate né incontrate: è semplicemente troppo improbabile che esistano.

Vita aliena intelligente? Non possiamo escluderlo

Lo studio appena pubblicato ha messo in discussione il modello dei passi difficili, proponendo un modo alternativo per spiegare perché ci sono voluti miliardi di anni per la comparsa della nostra specie e ritoccando al rialzo la probabilità che vi siano altre forme di vita aliena altrettanto intelligenti. “Probabilmente – ha spiegato a PopSci Jennifer Macalad, una degli autori del lavoro, docente di microbiologia alla Pennsylvania State Universityla nostra esistenza non è frutto di un ‘accidente’ evoluzionistico. Siamo l’esito atteso o prevedibile dell’evoluzione del nostro pianeta, e così è anche per altre forme di vita aliena là fuori”. Secondo Macalady e colleghi, l’evoluzione della vita avviene in tandem con l’evoluzione del pianeta, e le due cose sono inseparabili. In altre parole, ci saremmo evoluti appena la biosfera terrestre ha reso possibile la nostra evoluzione, e non “in ritardo” come sostiene il modello dei passi difficili: “Quello che diciamo nel nostro studio – prosegue la scienziata – è che gli esseri umani sono arrivati in perfetto orario rispetto all’evoluzione del sistema terrestre. Alcune biosfere extraterrestri potrebbero evolversi ancora più rapidamente. Non possiamo saperlo”. E dunque non possiamo escluderlo.

Le critiche al modello precedente

Come anticipato, il lavoro appena pubblicato passa in rassegna i punti chiave del modello dei passi difficili. Anzitutto, gli autori fanno notare che i fossili e i dati genetici che abbiamo a disposizione sono incompleti, e quindi non ci consentono di ricostruire con precisione tutte le fasi dell’evoluzione della vita sul nostro pianeta. Pertanto, i “passi” che Carter e gli altri sostenitori del modello ritengono essere avvenuti una sola volta potrebbero in realtà essere avvenuti più volte nel corso della storia del nostro pianeta. Effettivamente abbiamo delle prove a sostegno di questa ipotesi: fino a qualche tempo fa si pensava che l’acquisizione dei plastidi, molecole indispensabili ai meccanismi della fotosintesi, fosse un evento avvenuto una sola volta; uno studio del 2005, invece, ha mostrato che il fenomeno (o una sua versione molto simile) è avvenuto almeno un’altra volta nella storia. Di più: secondo gli autori del lavoro, il rapporto tra evoluzione del pianeta ed evoluzione della vita è biunivoco, nel senso che l’evoluzione delle forme di vita cambia anche la Terra. L’esempio più cogente è ancora una volta quello della fotosintesi: la comparsa della fotosintesi ha cambiato in modo radicale la composizione dell’atmosfera terrestre, dando il via a nuovi meccanismi evolutivi.

“Per poter sostenere che siamo effettivamente una rarità nell’universo – aggiunge Daniel Mills, un altro degli autori del lavoro – sono necessari molti altri studi. Le osservazioni ecologiche e gli esperimenti di laboratorio che verificano i requisiti per la vita in termini di acidità e temperatura potrebbero, per esempio, chiarire come sarebbe dovuta essere la Terra per l’arrivo delle prime forme di vita. Le nuove scoperte nel campo della geologia ci daranno un ritratto più chiaro degli ambienti terrestri primordiali; lo studio delle proteine antiche ci aiuterà a far luce su linee genetiche perdute; i modelli climatici ci potranno aiutare a colmare altre lacune”. Per stabilire quale dei due modelli sia più accurato, gli scienziati suggeriscono inoltre di approfondire la ricerca delle cosiddette “biosignature” e “technosignature” – le tracce della vita e le prove dell’esistenza di vita intelligente, rispettivamente – sugli esopianeti. Insomma, c’è ancora molto da studiare.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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