Misery non deve morire è uno di quei film che non invecchiano mai. Frase abusata, senz’altro, ma non in questo caso. Il film di Rob Reiner, uscito in sala esattamente 35 anni fa, è stato capace di diventare un vero oggetto di culto. Non solo per i fan di Stephen King (che per una volta tanto si disse soddisfatto del risultato) ma per chiunque ami un cinema fatto di atmosfera, idee, capace di prenderci per la gola.
Un film capace di far comprendere il concetto di ossessione
Misery non deve morire nacque grazie al produttore Andrew Scheinman. Era un grande fan di Stephen King e decise di proporre all’amico Rob Reiner di creare una versione per il grande schermo del romanzo, uscito nel 1987. Al team si aggiunse in poco tempo lo sceneggiatore William Goldman (quello di Butch Cassidy e Sundance Kid) che tirò fuori una sceneggiatura che, a parte qualche dettaglio, era abbastanza fedele all’originale di King. Il problema sorse quando si trattò di trovare gli attori attorno a cui costruire quell’horror psicologico disturbante, interessantissimo, ma che prometteva di essere una vera fatica d’Ercole. In realtà pochi credevano nel progetto, tant’è che la lista di star che rifiutò il ruolo di Paul Sheldon fa strabuzzare gli occhi: Robert De Niro, Al Pacino, Micheal Douglas, Harrison Ford, William Hurt, Kevin Kline, Dustin Hoffman, Gene Hackman e anche Robert Redford. Misery non deve morire pareva radioattivo, il personaggio del resto era una novità per quei tempi.
Abbiamo un uomo di successo, sicuro di sé, che si trovava non solo mentalmente, ma anche fisicamente completamente alla mercé di una donna. Anche molte attrici rifiutarono la parte di Annie Wilkes, come Anjelica Huston o Bette Midler. Col senno di poi, possiamo dire che aver avuto James Caan e Kathy Bates sia stato il segreto dietro il successo di un film, che fu capace di dominare i botteghini, battuto solo da Mamma ho perso l’aereo. Il motivo? Rob Reiner superò se stesso, guidandoci dentro un labirinto orribile, un torture movie a tutti gli effetti, capace di scioccare il pubblico dell’epoca. Misery non deve morire ha al centro Paul Sheldon, specializzato in period drama ambientati in epoca vittoriana, che gli hanno donato fama e fortuna. Tuttavia, da tempo si è stancato di dedicarsi a questo genere e soprattutto della protagonista dei suoi racconti: Misery Chastain. Ne “Il figlio di Misery” , l’ultimo romanzo della serie in procinto di uscire, Paul ha fatto morire la protagonista, per potersi dedicare ad altro.
Il suo nuovo libro lo ha scritto in Colorado, come di sua abitudine, ma tornando verso la Grande Mela, rimane vittima di un incidente stradale a causa di una tempesta di neve. Viene salvato da Annie Wilkes, una donna che vive da sola, in una casa sperduta in mezzo ai monti. Non può neppure immaginare che Annie sia una sua fan, anzi che sia letteralmente ossessionata sia da lui, che dalla serie di romanzi su Misery. Paul ha fratture e ferite in tutto il corpo, ma Annie, la sua salvatrice, dice di essere un’infermiera e comincia a prendersi cura di lui dicendogli che le comunicazioni sono interrotte. Nell’esatto momento in cui Paul concede ad Annie, che appare tanto premurosa, il permesso di leggere il suo romanzo inedito, tutto cambia. La donna reagisce con rabbia, violenza, al contenuto di quelle pagine, al cambiamento radicale di stile di Paul. Misery non deve morire comincia a diventare una perfetta macchina di paura, con un crescendo di tensione e di ambiguità a dir poco opprimenti.
Quella donna, che sembrava solamente un po’ appiccicosa, grazie ad una Kathy Bates sensazionale diventa il ritratto stesso della follia. Una follia coperta da una patina di ammirazione, addirittura amore (dal punto di vista di Annie), che per Paul significherà sopportare umiliazioni, torture, paura. James Caan, uno dei “duri” di Hollywood, ci dona la sua più grande performance di sempre esprimendo tutta la meraviglia, lo stupore e la fragilità di un uomo, costretto ad ammettere di essere prigioniero della sua stessa fama, della tanto remunerativa adorazione di una fan. La fotografia di Barry Sonnenfeld, ma soprattutto la scenografia complessa e simbolica di Norman Garwood, Mark W. Mansbridge e Garrett Lewis, sono armi nelle mani di Rob Reiner. Egli le usa per guidarci dentro la menta di Annie, il realtà una serial killer spietata e sadica; quella casa, anzi quella stanza, dove Paul è prigioniero e legato al letto, altro non sono che un prolungamento del gorgo che si nasconde dentro la sua mente.
L’inizio dell’era dei serial killer cinematografici
Chimica fantastica quella tra la Bates e Caan. In breve tra vittima e carceriera, comincia una partita a scacchi, un gioco di inganni e bugie. Reiner utilizza in modo perfetto primi e primissimi piani, usa diverse angolazioni per farci sembrare spesso Annie gigantesca, dominante, e Paul piccolo, indifeso, conscio alla fine che nessuno sa che lui si trova lì. Far risorgere Misery, accontentare quella donna folle, pare essere l’unica strada per Paul, rinchiuso letteralmente in una prigione studiata nei minimi dettagli. Misery non deve morire ci fa sentire dentro la carne e il cuore di Paul, che scopre il passato di Annie, i suoi omicidi, che cerca di avvelenarla durante una cena, che si arma di un coltello. Tutto inutile, lei lo sa, lei ha visto, lei gli spaccherà le caviglie a martellate, sequenza diventata a dir poco leggendaria. Strizzando l’occhio al giallo d’autore, a Agatha Christie e Edgar Allan Poe, Rob Reiner ci guida dentro un mondo dove ogni dettaglio, una forcina, la statuetta di un pinguino, sono pericoli mortali per Paul.



