Porto di Genova – Ogni volta che una nave carica di armi salpa dal mar Tirreno diretta in Medio Oriente, i portuali si passano la voce attraverso tutto il Mediterraneo, da banchina a banchina, in modo che tutti sappiano cosa transita dove, come e con che consensi. Affinché questo tam tam diventi obbligatorio, nasce a Genova un osservatorio sul traffico di armamenti nei porti commerciali. È il primo permanente, condiviso e partecipato e vuole essere l’esempio per altri porti della catena logistica, “per seguire le navi da un punto all’altro” come racconta Carlo Tombola. È lui che ha presentato pubblicamente l’iniziativa in quanto presidente di The Weapon Watch, assieme a Gianni Alioti, l’altro volto di questa organizzazione.
L’iniziativa è stata ufficializzata il 4 dicembre negli spazi del Circolo Cap (Circolo autorità portuale): nel suo grande salone dall’atmosfera autentica, manifesti vintage e foto d’epoca, è nata un’innovazione strategica che vuole cambiare le dinamiche del Mediterraneo: una rete spontanea di lavoratori, cittadini, autorità e istituzioni. Una rete umana, prima che digitale, da estendere su tutte le coste italiane e non, trasformandosi in un sistema strutturato.
Transiti trasparenti nel porto di Genova e non solo
L’idea nasce dalle mobilitazioni che hanno attraversato i porti italiani negli ultimi anni. Dal blocco della Bahri Yanbu, la nave saudita bloccata dai portuali genovesi nel maggio 2019 perché carica di armi dirette in Arabia Saudita per alimentare la guerra in Yemen, fino alle proteste di quest’estate contro il genocidio in corso a Gaza. L’obiettivo di The Weapon Watch è però quello di andare oltre la singola azione di protesta, costruendo qualcosa di permanente e partecipato.
“Bisogna trovare un modo e un luogo per vigilare costantemente e dichiaratamente sulla trasparenza dei transiti di armamenti – spiega Tombola – deve essere chiaro e noto a tutti cosa è lecito e legale che passi da un porto e cosa invece no. E il Paese non può affidare ai portuali di Genova questo compito, sfuggendo alle proprie responsabilità”. Il pubblico annuisce, ma è composto da sindacati, associazioni pacifiste, comitati di quartiere e rappresentanti portuali. Regione, Prefettura, Autorità portuale, Capitaneria, Agenzia delle Dogane sono stati invitati, ma risultano “assenti non giustificati”, l’unico che ha chiamato per scusarsi dell’assenza è stato il Comune, tramite la segreteria della sindaca Silvia Salis.
L’osservatorio avrà tre compiti principali. Il primo: produrre report periodici dettagliati sui traffici di armamenti che attraversano il porto di Genova – da dove arrivano, dove vanno, che tipo di materiale trasportano – e calcolare quanto pesano economicamente sul bilancio complessivo dello scalo. Il secondo: attivare uno sportello informativo che risponda in tempo reale alle richieste di lavoratori e cittadini quando una nave con carico sospetto sta per attraccare o partire. Il terzo: spingere il porto verso quella che Tombola definisce “sostenibilità etica”, favorendo imprese e capitali che non siano compromessi con attività militari aggressive o violazioni dei diritti umani.


