Ryan sottolinea come “l’azienda olandese Asml detiene il monopolio mondiale delle macchine per l’incisione di microchip” di cui Nvidia ha bisogno per mantenere la sua valutazione da record. Se la crescita del Pil statunitense dovesse continuare a essere legata a doppio filo agli investimenti nell’AI, von der Leyen potrebbe utilizzare le restrizioni alle esportazioni della tecnologia come “leva”, determinando di fatto “se e di quanto l’economia statunitense si espande o si contrae”.
L’esperto riconosce che negare l’accesso a questi macchinari “sarebbe difficile per l’Europa” ed “estremamente doloroso per l’economia olandese”; ma “sarebbe molto più doloroso per Trump”, chiosa.
L’Ue potrebbe optare anche per una strada “più facile”, suggerisce Ryan, applicando in modo ancora più severo le sue normative tecnologiche, sulla base delle prove emerse nelle cause contro giganti come Google e Meta, legate alla gestione inadeguata dei dati degli utenti. Sembra ormai assodato, per esempio, che la società di Mark Zuckerberg abbia violato il Gdpr, il regolamento dell’Ue sulla privacy, dopo che l’azienda “non è stata in grado di spiegare a un tribunale statunitense cosa fanno i suoi sistemi interni con i dati degli utenti, chi può accedervi e a quale scopo”.
“Questo liberi tutti sui dati consente alle grandi aziende tecnologiche di addestrare i propri modelli AI su enormi quantità di dati personali, ma è illegale in Europa, dove le aziende sono tenute a controlli attenti e a rendere conto di come utilizzano i dati personali”, scrive Ryan. “Tutto quello che deve fare Bruxelles è essere più severa con l’Irlanda, che da anni è un far west”.
La mossa probabilmente complicherebbe la ricerca di investimenti da parte delle aziende tech americane, che dovrebbero riconoscere pubblicamente che i loro “strumenti AI non possono accedere ai preziosi mercati europei”.
Ryan esorta von der Leyen a muoversi su entrambi i fronti, nella convinzione che la bolla dell’AI e il tasso di approvazione di Trump difficilmente sopravvivrebbero a un “doppio shock”. Ma non esclude nemmeno che le aziende tecnologiche americane possano iniziare a fare pressione su Trump affinché faccia marcia indietro.
Mentre Wu ritiene che i colossi come Google e Meta sarebbero presumibilmente al riparo dallo scoppio della bolla dell’AI, l’amministratore delegato di Google Sundar Pichai non sembra così sicuro. A novembre, il numero uno del gigante delle ricerche online ha dichiarato alla Bbc che se gli investimenti nel settore non dovessero dare dividendi abbastanza rapidamente, “nessuna azienda sarà immune, compresa la nostra”.
Questo articolo è apparso originariamente su Ars Technica.


