Con una sentenza di un tribunale di Parigi, Brigitte Macron può mettere la parola fine alla lunga serie di attacchi personali di cui è stata a lungo bersaglio. Voci, insinuazioni e notizie false rilanciate sui social network, hanno costruito una narrazione tossica intorno alla moglie del presidente francese, fino a trasformare quelle parole in un caso giudiziario. Il 5 gennaio 2026, dieci persone sono state condannate per cyberbullismo, riconoscendo la gravità e la sistematicità delle molestie subite.
La decisione chiude un procedimento iniziato dopo la diffusione online di contenuti che mettevano in discussione il genere e l’identità stessi di Brigitte Macron, sostenendo falsamente che fosse nata uomo e alimentando teorie complottiste prive di qualsiasi riscontro. A queste si aggiungevano commenti offensivi e allusivi sulla differenza di età con Emmanuel Macron, accompagnati da altre accuse che i giudici hanno definito degradanti e deliberatamente lesive della dignità personale.
Il caso Brigitte Macron giunge a conclusione
L’odio online come responsabilità penale
Nel motivare la sentenza, il tribunale ha chiarito che non si è trattato di semplici opinioni o provocazioni isolate, ma di un insieme di comportamenti reiterati, capaci di produrre un effetto di accerchiamento digitale. Secondo la corte, i messaggi pubblicati e rilanciati dagli imputati avevano l’obiettivo di screditare pubblicamente Brigitte Macron, trasformando la disinformazione in una forma di violenza.
Proprio per questo, accanto alle pene detentive, i giudici hanno disposto per alcuni dei condannati l’obbligo di seguire un corso di sensibilizzazione contro l’odio e il bullismo online. Una misura pensata per sottolineare che la repressione penale, da sola, non basata se non è accompagnata da un percorso di responsabilizzazione sull’uso della parola nello spazio digitale.
Le condanne e il significato della sentenza
Le pene inflitte variano da quattro a otto mesi di carcere, e per uno degli imputati, assente al momento della sentenza, è stata disposta una condanna a sei mesi di detenzione. In alcuni casi sono previste anche sanzioni accessorie, come limitazioni nell’uso dei social media, considerati lo strumento principale attraverso cui è stato commesso cyberbullismo.
Il tribunale ha così voluto ribadire un principio destinato a pesare anche in futuro: la libertà di espressione non può trasformarsi in una copertura per la diffamazione sistematica. La sentenza rappresenta uno dei casi più netti, in Francia, di applicazione delle norme contro le molestie online.
Il peso umano in una campagna di disinformazione
Durante il processo, Brigitte Macron non era presente in aula, ma la dimensione personale della vicenda è emersa con forza. A testimoniare è stata la figlia Tiphaine Auzière, che ha raccontato come l’ondata di attacchi abbia inciso sulla vita quotidiana della famiglia, creando un clima di pressione costante e di paura per le conseguenze di una narrazione incontrollabile.
Il caso ha mostrato anche quanto sia difficile arginare la diffusione di notizie false una volta che trovano spazio sui social network, dove la ripetizione finisce per dare un’apparenza di credibilità anche alle affermazioni più infondate. Una dinamica che, secondo l’accusa, ha amplificato l’impatto delle molestie ben oltre i singoli autori.
Un precedente che va oltre Brigitte Macron
La condanna dei dieci imputati non riguarda soltanto Brigitte Macron, ma si inserisce in un dibattito più ampio sulla responsabilità individuale nello spazio digitale. L’odio online spesso rischia di essere minimizzato come un rumore di fondo, ma il tribunale di Parigi ha scelto di riconoscerne gli effetti reali, affermando che, se sistematico e organizzato, può costituire una forma di violenza.
La sentenza manda un messaggio chiaro: i social network non sono una zona franca e chi alimenta campagne di disinformazione e umiliazione può essere chiamato a risponderne davanti alla legge. Per Brigitte Macron, è la fine di un capitolo segnato da anni di voci; per la giustizia francese, un passaggi che potrebbe fare scuola nei futuri casi di cyberbullismo.

