Il giovane Savastano non è esattamente quello che ti saresti aspettato: zazzera informe, aria dimessa e vagamente loser, piuttosto che lo sguardo di chi si mangerebbe il mondo, quello di chi non ha granché da mangiare. Almeno per il momento. All’origine di Gomorra per come la conosciamo (o conoscevamo) c’è questo: un disperato e vorace bisogno di emergere, di affrancarsi dalla fame prima, e da chi affama poi. Fino a prendersi tutto.
Gomorra – Le origini: com’è la serie prequel di Sky
Gomorra – Le origini, la serie dal 9 gennaio su Sky Atlantic, si dà come compito quello di raccontare la formazione di chi diventerà don Pietro Savastano, e ancor prima la fisionomia del ragazzo e abbozzo di uomo che desidera, e desidera forte. Il volto adolescenziale del futuro padrone di Secondigliano è quello di Luca Lubrano: l’incontro decisivo per il sanguinario boss che verrà è con Angelo ‘A Sirena (Francesco Pellegrino), che come lui, ben prima di lui, scalpita per un posto al sole. Nel mezzo il colpo di fulmine per la giovanissima Imma (Tullia Venezia), sullo sfondo il dominio di don Antonio Villa (Ciro Capano) su un centro storico di Napoli dove le scale ad ala di falco dei palazzi storici hanno ancora rigogliosa vegetazione. In compenso, anche l’umido squallore carcerario di Poggioreale, dove dietro le sbarre smania con magnetismo luciferino ‘O Paisano (Flavio Furno), villain che promette benissimo. Cioè malissimo. Primi quattro episodi affidati alla regia di Marco D’Amore, la chiusura sarà firmata da Francesco Ghiaccio.
Dentro Gomorra prima di Gomorra
Prodotta da Sky Studios e Cattleya, scritta da Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli e Roberto Saviano, sceneggiata dai primi assieme a Marco D’Amore (supervisore artistico), per certi versi la serie ha anch’essa l’istinto di affrancarsi da tutto quello che l’ha preceduta. O seguita, secondo il tempo del racconto. In ogni caso generata. Gomorra – Le origini è in effetti qualcosa di consanguineo ma al contempo diverso. Nei colori, per esempio: la superstite cartolina di una Napoli lontana da quella contemporanea che avevamo lasciato ai tempi di Genny e Ciro. Lì livida e ombrosa, dove anche il sole era nuvoloso, qui con toni seppia e una grana da nostalgia-settanta, a filtrare di pastello anche gli angoli più sporchi. Le atmosfere sono quelle da romanzo popolare: la periferia metropolitana, un proletariato tutto miseria e povertà, niente nobiltà, i tratti esplicitamente pasoliniani per cui questa Napoli quasi sotterranea sembra una ininterrotta borgata dalla Capitale in giù. Angiolé, Fucarié, persino i nomi sembrano sbucati dai ragazzi di vita.
Come Pietro Savastano diventa Don Pietro
Aria da bildungsroman o giù di lì, questo prequel è in effetti un romanzo di formazione ma al contrario. La formazione è quella del male, di tutto ciò che è stortura eretta a sistema. Un sistema che si sta strutturando, il cannibalismo in divenire di una città ancora tuttavia colorata, una kodak che sta stingendo ma che evoca ancora nostalgia. Nella tavolozza della serie, con una fortissima vocazione di cinema, sono già diverse le tinte di Secondigliano, dove l’unico colore è la vistosa pelliccia di chi è in visita fugace, appena terminato l’orario delle visite di piacere.


