Le multe contro le big tech statunitensi per violazioni delle norme digitali sono arrivate a pioggia in Europa: 500 milioni di euro ad Apple (sanzionata anche dall’antitrust italiano), 200 milioni a Meta, 2,95 miliardi a Google e, infine, 120 milioni a X. L’ultima multa sarà anche la più contenuta, ma la sanzione ha provocato la reazione più aggressiva da parte di chi, negli Stati Uniti, vive l’applicazione delle leggi europee come un affronto personale.
“Gli Stati Uniti trattano l’Ue come la loro nuova colonia”, è il commento di Ava Lee, direttrice esecutiva di People vs. Big Tech, un movimento che riunisce cittadini e 144 organizzazioni della società civile per sfidare il potere e gli abusi dei colossi della tecnologia.
Minacce e insulti dopo la multa a X
In risposta alla multa contro X, Elon Musk ha reagito con insulti, definendo l’Unione europea “commissari della Stasi woke”. Poi è arrivata quella poco velata del presidente statunitense Donald Trump: “L’Europa deve fare molta attenzione”. Poi, dalle parole si è passati ai fatti: Washington ha minacciato possibili ritorsioni, pubblicando una lista di aziende europee, tra cui Accenture, Mistral, Dhl e Spotify che sarebbero nel mirino federale.
Questo è solo l’ultimo episodio di una lunga diatriba in cui Bruxelles cerca di difendere i propri cittadini frenando il bullismo statunitense e lo sviluppo tecnologico incontrollato delle big tech che punta sul capitalismo sfrenato, laissez-faire, in ambito digitale. “La pubblicazione della strategia di sicurezza nazionale (di Washington, ndr) ha messo nero su bianco che vogliono sbarazzarsi delle regole che non fanno comodo agli Stati Uniti”, dice Lee.
“Sappiamo dai sondaggi che abbiamo realizzato quest’estate che i cittadini europei vogliono che l’Unione europea non ceda alle pressioni di Trump e che applichi le sue leggi”, racconta Lee. La sua organizzazione, People vs. Big Tech, è attiva sul fronte europeo per sensibilizzare l’opinione pubblica e sollecitare i decisori politici nel raggiungimento di tre obiettivi: rendere più sicuri e meno tossici i nostri feed, abolire la pubblicità basata sulla sorveglianza e porre fine al monopolio delle big tech.
Con il Digital Omnibus, Bruxelles s’inchina a Washington?
“La sensazione è che la nostra responsabilità sia ancora più grande in questo momento storico e che dobbiamo fare questo lavoro non solo per gli europei, ma anche per i nostri alleati e colleghi negli Stati Uniti che si trovano silenziati”, prosegue Lee.
Ma a mettere in dubbio l’impegno che ha portato l’Ue ad adottare un corpo normativo tra i più robusti al mondo in materia di dati, privacy online e intelligenza artificiale – con leggi come il Gdpr, il Digital markets act, il Digital services act e l’AI Act – è una minaccia interna: il Digital Omnibus, ovvero il pacchetto di proposte della Commissione europea che, dietro alla facciata della “semplificazione” delle regole per agevolare e quindi rendere più competitive le aziende del continente, rischia di mettere in pericolo – secondo Lee – tutta l’impalcatura europea dedicata ai diritti digitali e alla protezione dei dati. “Vedo questo (il Digital Omnibus, ndr) come il risultato delle enormi pressioni americane. Alcuni dei cambiamenti proposti al Gdpr e all’AI Act sono determinanti e diminuirebbero le protezioni di cui godiamo tutti in Europa”, dice Lee.
Rompere il monopolio delle big tech
Per essere adottate, le proposte dovranno ora essere sottoposte al Parlamento e al Consiglio europei. Ava Lee ritiene che sia giusto che l’Europa si preoccupi di incentivare le proprie industrie, ma aggiunge che “affinché le aziende europee possano competere a livello globale serve implementare le regole antimonopolio per frammentare le aziende assolutamente enormi (soprattutto americane, ndr) che dominano il mercato”.


