Mentre nello stretto di Taiwan le esercitazioni militari della Cina si fanno sempre più frequenti e intense, tra Pechino e Taipei resistere un legame fatto di microchip, che nessuna propaganda è riuscito sin qui a spezzare. Un vincolo invisibile, ma vitale. Un cordone ombelicale tecnologico che tiene in piedi l’economia globale e che oggi passa soprattutto da tre attori: Nvidia, la taiwanese Tsmc e la Cina continentale.
I chip per l’intelligenza artificiale non sono più semplici componenti elettronici. Sono diventati infrastruttura strategica, come lo è stato il petrolio nel Novecento o l’acciaio nel secolo precedente. Senza di loro non si addestrano modelli linguistici, non funzionano i data center, non si costruiscono supercomputer e non si alimenta la nuova economia digitale. Nvidia è il dominatore assoluto di questo mercato. I suoi chip della famiglia Hopper, in particolare gli H100 e gli H200, e le nuove generazioni Blackwell e Rubin sono diventati lo standard di fatto per l’intelligenza artificiale globale.
Il cordone tecnologico tra Cina e Taiwan
Il nodo Tsmc: il cuore dell’industria mondiale dei chip
Eppure Nvidia non produce fisicamente. Progetta, ma a fabbricare e assemblare materialmente quei chip è quasi sempre Tsmc, il colosso taiwanese che controlla oltre il 50 per cento della fabbricazione e dell’assemblaggio mondiali di semiconduttori e circa il 90 per cento per i chip più avanzati. Nonostante le restrizioni americane, la Cina resta uno dei più grandi mercati per l’hardware per l’intelligenza artificiale. Nel 2024 Nvidia ha incassato circa 17 miliardi di dollari da Pechino.
Per questo, il governo cinese sta investendo somme colossali per arrivare ad avere un sistema autonomo sui microchip, così come su data center, modelli linguistici, robot umanoidi, sistemi militari e tecnologie di sorveglianza. Il problema, per ora, è che i chip cinesi non sono paragonabili a quelli Nvidia, per qualità. Huawei e gli altri produttori nazionali hanno fatto progressi enormi, ma restano indietro su elementi cruciali come l’ecosistema software, l’efficienza energetica, la larghezza di banda della memoria e gli strumenti di sviluppo. Il risultato è che, per addestrare modelli avanzati, gli H200 di Nvidia restano quasi insostituibili.
Non a caso le grandi aziende tecnologiche cinesi hanno già ordinato oltre due milioni di chip H200 per il 2026, mentre Nvidia dispone attualmente di circa 700mila unità in magazzino. Si tratta di una sproporzione che spiega perché il gruppo americano si sia rivolto a Tsmc per aumentare ulteriormente la produzione, con l’obiettivo di avviare nuove linee già nel corso del 2026. Gli H200 vengono prodotti con il processo a quattro nanometri di Tsmc, mentre le nuove architetture Blackwell e Rubin scendono a tre nanometri. Senza Tsmc, per Nvidia sarebbe impossibile rifornire il mercato cinese.
L’interesse vitale di Taiwan è non spezzare il legame con la Cina
Per i colossi taiwanesi dei microchip, a cominciare da Tsmc ma passando anche per l’intero ecosistema di fornitori, progettisti e assemblatori dell’isola, mantenere aperto il cordone tecnologico con la Cina continentale non è solo una scelta commerciale, ma una necessità strutturale. La Repubblica Popolare Cinese resta uno dei mercati finali più grandi del mondo per l’elettronica, i data center e sempre più per l’intelligenza artificiale, oltre a essere un nodo fondamentale delle catene di assemblaggio globali.


