Medina e coautori hanno scoperto che né la latitudine né le condizioni climatiche determinano il successo o il fallimento delle due strategie e che, in linea con i risultati di alcuni studi precedenti, il mimetismo è mediamente meno efficace negli ambienti particolarmente luminosi, in cui la vegetazione è meno fitta e lascia trapelare maggiormente i raggi solari.
Ma i fattori principali in grado di stabilire l’efficacia delle strategie sembrano essere il comportamento degli animali predatori e la loro conoscenza delle prede disponibili. In alcune aree, infatti, la pressione esercitata dai predatori locali è particolarmente intensa: quando i cacciatori devono competere più strenuamente per il cibo sono meno schizzinosi e si azzardano quindi a mangiare anche le prede dall’aspetto pericoloso o poco gustoso. Di conseguenza, negli ambienti in cui si caccia molto, il mimetismo si rivela una strategia più vantaggiosa rispetto all’aposematismo. Anzi, colori troppo sgargianti si ritorcono contro a chi li sfoggia, che diventa molto più facile da trovare.
I ricercatori hanno osservato, inoltre, che il successo delle strategie varia anche in base all’abbondanza delle prede disponibili in un certo ambiente. Hanno scoperto, infatti, che quando in una zona sono presenti molti animali mimetici, l’efficacia difensiva del mimetismo diminuisce, probabilmente perché i predatori sono più “allenati” a scovare gli animali che si confondono con il paesaggio.
Invece, nei luoghi in cui abbondano le prede con colorazioni aposematiche, quelle dalle tinte più “tradizionali”, ovvero arancioni e nere, vengono mangiate più raramente rispetto alle altre. Ciò significa che i predatori hanno imparato ad associare la combinazione arancione e nera alla tossicità, evitandola di conseguenza. Al contrario, le prede dall’aspetto meno familiare (come quelle blu e nere), vengono attaccate molto più spesso.



