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Dopo l’arresto di Maduro l’ansia dei venezuelani è peggiorata, il paese vive da decenni un’emergenza di salute mentale

di webmaster | Gen 16, 2026 | Tecnologia


Occhi persi tra ding ripetuti hanno caratterizzato il risveglio di molti venezuelani in tutto il mondo il 3 gennaio scorso: il bombardamento di notifiche ha fatto da eco a quello aereo, culminato con l’arresto del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores da parte degli Stati Uniti a Fuerte Tiuna. Quel sabato mattina l’unico a negarlo era ChatGPT. Deepfake di gente scesa in strada a festeggiare circolavano già in rete. A un certo punto, l’esultanza artificiale si è scontrata con la realtà di vie deserte e negozi chiusi perché, se c’è una cosa di cui venezuelani non si sono ancora liberati, è la paura. Su Tik Tok una psicologa ha memato quel risveglio, sapendo che la viralità è un modo per intercettare le richieste di aiuto. “Sono rimasto impaurito sotto le coperte tutto il giorno”, “Ho mangiato come una pazza, credo di aver preso 2 kg oggi”: la paura dei venezuelani è per il futuro incerto. Un utente ha commentato di sentirsi negli Stati Uniti del Venezuela. Un altro, giovanissimo, ha postato un video in soggettiva: la sua mano in primo piano stringe un curriculum, la voce fuoricampo si domanda come può tornare alla normalità se non può neanche cercare lavoro. Caracas è vuota. Secondo il report Psicodata 2024 della facoltà di psicologia dell’Università cattolica Andrés Bello (UCAB), il 49% dei venezuelani ha perso il sonno a causa delle preoccupazioni: un articolo pubblicato nell’agosto di quell’anno dalla testata indipendente Effecto Cocuyo racconta di un Paese sprofondato nel caos dopo la vittoria di Maduro alle elezioni presidenziali del 28 luglio 2024. Da quel momento, l’angoscia del poi non ha smesso di sgretolare la salute mentale dei venezuelani: alla notizia del terzo mandato elettorale del presidente, oggi recluso nel Metropolitan Detention Center di Brooklyn, la voglia di protesta fu subito stroncata dalle ritorsioni. 1800 persone arrestate, 23 decedute. La situazione attuale è vissuta con cautela anche a causa dei fantasmi di quelle conseguenze. A rendere possibile il parallelismo tra due vicende opposte, entrata e uscita politica di Maduro in Venezuela, è il crescente sovraccarico psicologico della popolazione, aggravato dallo stato di povertà che complica l’accesso ai servizi, soprattutto sanitari. Psicoterapia inclusa: negli ultimi due anni è andato dallo psicologo solo un venezuelano su dieci. “Quiero ser psicóloga pero no me quiero morir de hambre” (Voglio diventare un psicologa ma non voglio morire di fame, ndr) scrive su Reddit una ragazza che vorrebbe aiutare i suoi connazionali. Molti professionisti migrano all’Estero. Chi resta in Venezuela ci rimette, pur di contribuire alla democratizzazione del loro lavoro. Alcuni fanno terapia gratis nei loro studi.

Lo stress degli psicologi si accavalla a quello dei pazienti

La crisi economica iniziata nel 2013 ha costretto molti professionisti a svolgere più lavori per sopravvivere e garantire la sopravvivenza dei colleghi. In un’intervista del 2019, l’ex presidente della Federación dos psicólogos de Venezuela Juan Carlos Canga Linares ammetteva che fosse difficile per la sanità pubblica supportare la salute mentale dei cittadini: da allora la federazione ha istituito una hotline gratuita, gestita da psicologi volontari una volta a settimana. Non basta, hanno commentato all’inizio di quest’anno alcuni venezuelani sotto un annuncio dell’attuale presidente Clara Astorga su Instagram: nel video avvisava che la linea di assistenza psicologica (LAPSI) della federazione sarebbe rimasta attiva h24 fino all’11 gennaio, raggiunto il picco storico di paura per il futuro del Venezuela. Anche Psicologós sin fronteras ha attivato un numero di supporto psicologico. Sembra che la gratuità sia l’unico appiglio per la salute mentale dei venezuelani: “Non si tratta di non voler andare in terapia, il problema è che non c’è modo di pagarla e non ci sono ospedali che offrono questo tipo di aiuto”, commenta qualcuno come a smentire la normalizzazione della sofferenza, per cui il dolore psicologico sembra parte della vita in Venezuela. Normalizzazione delle cure è ciò che oppongono le associazioni di professionisti della salute mentale. Per renderla fattibile in termini di accessibilità e costi, a maggio del 2024 l’Università cattolica Andrés Bello (UCAB) ha lanciato Psicomapa: El Nacional, uno dei principali giornali del Paese, l’ha definito un faro digitale per la salute mentale in Venezuela. La piattaforma permette di geolocalizzare i centri e le organizzazioni che offrono terapia psicologica gratuita o a prezzi ridotti, per esempio a meno di trenta dollari a seduta. Sembra invece Tik Tok la piattaforma scelta dai giovani psicologi del Paese per rassicurare sui costi delle loro prestazioni: quindici, al massimo venti dollari. Questo tentativo di fare chiarezza funge da tranquillante a ciò che genera più ansia tra i venezuelani: i soldi. La crisi economica del 2013, quella con il tasso d’inflazione più alto (56%) mai registrato nel Paese dal 1996, tre anni dopo è sfociata in una grave crisi umanitaria che ha ammalato gli ospedali pubblici. Ancora oggi mancano personale, farmaci e forniture utili per le medicazioni e in sala operatoria: alcol, garze sterili, aghi, bisturi. Un articolo del giornalista Joe Parkin Daniels su Lancet riprende un’indagine condotta da un gruppo di ONG sanitarie locali sugli ospedali dislocati nel Paese: oltre ai blackout frequenti che nel 2023 sono costati la vita a 177 ricoverati, funzionava solo il 40% delle sale operatorie e il 90% dei centri sanitari chiedeva ai pazienti di procurare da sé gli strumenti per curarli. L’ultima Encuesta Nacional de Hospitales (Indagine nazionale degli ospedali, ndr) sostiene che oggi i venezuelani in media spendano fino a 300 dollari in forniture aggiuntive: nel caso di interventi chirurgici parliamo di biancheria, materiali monouso, lenzuola. La crisi umanitaria del 2016 era blindata: secondo quanto documentato da Human Rights Watch e dal centinaio di interviste fatte anche a medici e pazienti, nel 76% degli ospedali pubblici mancavano farmaci di base considerati essenziali dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), introvabili sia nelle farmacie pubbliche sia in quelle private, se non nel mercato nero a prezzi proibitivi.

Nel 2016, molti professionisti sanitari hanno subito minacce di licenziamento e intimidazioni per aver diffuso informazioni su quanto fosse precaria l’assistenza sanitaria in Venezuela: più volte, il governo di Maduro ha negato l’esistenza di una crisi umanitaria nel Paese, bloccando una legge dell’Assemblea Nazionale guidata dai suoi avversari politici per consentire l’entrata di medicinali dall’Estero e altri aiuti umanitari. Un reportage di ABC News sull’ospedale psichiatrico di Caracas riassumeva una situazione identica anche tre anni dopo: carenza di medicinali, personale medico, igiene. A oggi sono soprattutto le strutture ospedaliere distanti da Caracas (Amazonas, Carabobo, Cojedes) a registrare una carenza maggiore di risorse, su tutte: inalatori per l’asma, antidolorifici e antipertensivi. Il fatto che un paziente colpito da infarto debba aspettare 1 ora e un quarto prima di ricevere un farmaco, spiega perché molti si sentano più salvi a migrare. Il lutto per la migrazione fa ormai parte della sofferenza del Paese: milioni di venezuelani hanno familiari sparsi tra gli Stati Uniti (soprattutto in Florida) e altrove in America Latina. La migrazione rappresenta un fattore di stress, soprattutto culturale, che appesantisce la salute mentale in termini di ansia e depressione: uno studio americano ha analizzato le differenze socio-demografiche di questo fenomeno, che dal 2015 rappresenta l’unica via di fuga di circa 8 milioni di venezuelani. Oggi gli anziani intervistati dalle testate locali dicono che se fossero giovani scapperebbero, ma i giovani restano, perché sognano un futuro nel loro Paese. Chi ha assistito alle vicende del 3 gennaio da lontano è stanco delle videochiamate con la propria famiglia e spera di tornare in Venezuela. Lo studio parla di diaspora venezuelana per riferirsi alla crisi migratoria della popolazione e sottolineando un aspetto che a, lungo andare, potrebbe rendere la salute mentale una questione irrisolta: anziché migrare in Paesi più ad alto reddito come gli Stati Uniti, la maggior parte dei venezuelani si trova soprattutto in Colombia (oltre 2,8 milioni) e in Perù (circa 2 milioni), che hanno possibilità e risorse più limitate. Per fare un esempio pratico delle possibili conseguenze, l’ultimo report dell’Instituto Nacional de estadistica e informática (Istituto nazionale di statistica e informatica, ndr) peruviano, condotto da agosto a novembre 2024, ha dimostrato che 28 venezuelani su 100 che risiedono in Perù vivono in condizioni di povertà. Il Paese è il primo ad aver misurato la possibilità monetaria degli immigrati. Oltretutto, nel contesto peruviano più che in Colombia, dove la presenza di venezuelani ha contribuito ad aumentare dello 0,2% il PIL del Paese, essi subiscono una discriminazione più marcata. Il flusso migratorio consistente in altri Stati sudamericani può affannarne i sistemi sanitari: per arrivare dritti al punto, il rischio è che questi Paesi non riescano a farsi carico della salute mentale dei migranti venezuelani. Uno studio abbastanza recente pubblicato dalla Cambridge University Press si è soffermato su quella delle donne (età media 35 anni) che svolgono la professione di caregiver in Colombia, mettendo in luce: il disagio psicologico legato alla condizione economica, dunque alla difficoltà di ricevere assistenza sanitaria; il dramma della separazione dalla propria famiglia; l’essere state discriminate persino durante una visita medica. Se le donne sono arrivate in Colombia insieme ai loro figli, questi ultimi sono stati spesso al centro di episodi di bullismo nelle scuole. Eppure, le difficoltà hanno riguardato anche chi ha lasciato il Venezuela per un contesto più redditizio come gli Stati Uniti: la fascia più giovane di immigrati venezuelani ha reagito allo stress culturale aggrappandosi al consumo di alcol e droghe, secondo i risultati di uno studio pubblicato nel 2018 dall’Università di Boston e dall’Università di Miami. L’assunzione di sostanze diminuiva nel momento in cui i ragazzi interagivano sui social o comunque tramite cellulare sia con i nuovi amici americani sia con quelli rimasti in Venezuela.

Lo stress psicologico delle famiglie dei detenuti

L’altra separazione che ha segnato i venezuelani non ha un’effettiva distanza -piuttosto le dimensioni di una cella. È interna al Paese e riguarda i detenuti politici arrestati durante il governo di Maduro. Oggi molti di loro sono liberi, ma ne restano ancora 811 in tutto il Venezuela. Dopo essere stato prigioniero per oltre 400 giorni, il nostro connazionale Alberto Trentini è stato liberato. Prima della sua scarcerazione, una domanda forse simile a quella che ci siamo posti in Italia apre un recente articolo della testata venezuelana Effecto Cocuyo: “Se hanno già imprigionato Maduro, perché mio padre non torna a casa?”. Se l’è posta una bambina che aspettava con ansia di vedere suo padre uscire dal carcere El Helicoide di Caracas: l’assistenza psicologica che ha ricevuto insieme a suo fratello ha permesso ai due bambini di essere sempre a conoscenza della verità, cosa che a un minore, in circostanze simili, sembra meglio nascondere. “Il crollo delle famiglie venezuelane dopo le detenzioni ingiuste” è un’indagine pubblicata a dicembre 2025 dalla ONG Provea che descrive lo spaesamento psicologico ed economico delle donne che si ritrovano a diventare capofamiglia per far fronte a tutte le spese. Per loro, il dramma psicologico è legato sia alla difficoltà di trovare un impiego sia a vere forme di tortura mentale subite una volta arrivate in carcere per far visita ai loro parenti: alcune hanno subito umiliazioni durante una perquisizione. La madre di un detenuto ha raggiunto una condizione mentale talmente compromessa da avere le allucinazioni. Un’altra continua ad assumere antidepressivi e a pingere. Il malessere mentale di interi nuclei familiari è una condizione che il tempo non può ammortizzare. Pesa ogni anno allo stesso modo.

Qui e ora

Dopo il 3 gennaio, la routine è l’unica cura per i venezuelani il cui stato d’ansia è peggiorato. Sui social, gli psicologi fanno informazione. Condividono consigli e raccomandazioni filmandosi nella loro stessa routine di persone: una professionista scrosta una padella nel lavandino della sua cucina mentre spiega quanto sia importante portare avanti le solite attività quotidiane, per acquisire una parvenza di controllo in un clima governativo così incerto. Da tempo i venezuelani vivono alla giornata perché, l’intreccio di più crisi che attraversano il Paese da decenni, rende impossibile pianificare la propria vita. Il futuro non supera mai la soglia del timore. In questa situazione, i professionisti sconsigliano di fingere che la realtà sia un’altra e di non evitare la paura, ma di provare a padroneggiarla. Le raccomandazioni sono le stesse che valgono nella vita di tutti i giorni: attività fisica, una passeggiata all’aperto, mangiare bene. Anche con il boato dei bombardamenti ancora in testa. Per alcuni venezuelani l’albero di Natale è stato salvifico: “Mi sono sbarazzata delle decorazioni natalizie e ho pulito così tanto che alla fine mi sono calmata”.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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