Dal tramonto all’alba dopo 30 anni è diventato una vera pellicola di culto, un film simbolo di un determinato periodo e soprattutto di una determinata visione, che porta la firma di loro due: Quentin Tarantino e Robert Rodriguez. Eccessivo, violentissimo, divertente, sorprendente nella sua follia creativa, questo mix di genere ha definito un’epoca, un periodo di cambiamento e sopra ogni altra cosa, la rinascita del genere.
La resurrezione definitiva del cinema di genere
La genesi di Dal tramonto all’alba la si deve a Robert Kurtzman, in realtà un esperto di trucchi ed effetti visivi, che nel 1988, da buon amante del cinema di genere, concepisce questa strana storia base di vampiri, action, sparatorie e sangue. Il suo obiettivo era quello di trovare maggior lavoro per la sua casa di effetti speciali (se non c’è, tanto vale crearlo no?), e pagò di tasca sua 1500 dollari ad un giovane e molto promettente regista e sceneggiatore di Knoxville per sviluppare la sceneggiatura: Quentin Tarantino. Questi aveva già messo le mani nella sceneggiatura di una perla come Una vita al massimo, benché non accreditato, e rimase affascinato dalle possibilità offerte da quel trattamento. In cambio, Kurtzman sarebbe stato reclutato per Le Iene, che si rivelò un successo insperato. Kurtzman voleva dirigere il film, ma non l’aveva mai fatto prima (avrebbe dovuto aspettare il 1995), motivo per cui trovare finanziamenti si rivelò impossibile. Poi, nel 1994, Pulp Fiction arriva come un uragano nei cinema di tutto il mondo. Quentin Tarantino diventa il volto nuovo della settima arte, una vera garanzia.
Tarantino riprese quel progetto, che attirò l’attenzione della Miramax di Harvey Weinstein. In quel preciso momento cinematografico, il cinema di genere ritorna in vita, sotto nuove vesti, con nuovi canoni, ma lo fa. Avrà nuovi paradigmi e caratteristiche, che proprio Dal tramonto all’alba renderà ufficiali o comunque fisserà in modo preciso. Ma intanto per quel film, Tarantino decide di scrivere la sceneggiatura, ma lascia la regia al semi-sconosciuto Robert Rodriguez. Il loro unirsi è la testimonianza di un nuovo corso artistico, qualcosa di indefinito, quasi un’atmosfera che si respira nella industry, che ha bisogno di nuove idee per un nuovo pubblico. Tarantino ha apprezzato El Mariachi di Rodriguez, uscito nel 1992, intuisce che è l’uomo giusto, alla fine diventeranno grandissimi amici, sarà solo la prima di diverse collaborazioni. Hanno in comune una conoscenza sterminata ed eterogenea della settima arte, la depositano in questo film, letteralmente attraversato da più anime, più percorsi e sfumature. Il risultato finale sarà un sabba cinematografico, un mix esplosivo e senza freni.
Dal tramonto all’alba nasce con un budget di 14 milioni di dollari, non così pochi e anche questa è una bella novità per il cinema di genere. Più di qualche produttore comincia a storcere il naso nel momento in cui si rende conto di quanto personale e quanto atipico sia quel progetto. Quentin Tarantino e Robert Rodriguez infatti, dentro lo script inseriscono una marea di omaggi e riferimenti cinematografici diversi. Si va dal cinema di exploitation, gli horror di Romero, di Solares, Urueta, senza dimenticarsi di Fulci e Bava, poi ecco che spunta l’action duro e puro di gente come Walter Hill, Sam Fuller, Jim Thompson, il cinismo di Robert Aldrich. Vi sono però diversi elementi del grindhouse per come Tarantino lo aveva amato, delle produzioni di serie b americane e anche europee. Seguire le peripezie dei fratelli Gecko, significa confrontarsi con qualcosa che strizza l’occhio al poliziottesco italiano, ma in generale a tutto un certo cinema di serie b del vecchio continente. Dal tramonto all’alba ha due anime dicevamo, e la prima è un thriller action, quello vero e puro.
Seth Gecko (George Clooney) e il suo disturbato fratello Ritchie (Tarantino stesso), sono due criminali, due rapinatori di banche in fuga. Il film comincia in modo tranquillo: un massacro in un drugstore, una mano bucata, cervella spappolate, un ostaggio fatto a pezzi da Ritchie. Robetta insomma. Poi ecco la svolta: la famiglia Fuller, formata dal Pastore metodista Jacob (Harvey Keitel), Kate (Juliette Lewis) e il piccolo Scott (Ernest Liu). Vengono presi in ostaggio dai due fratelli Gecko, perché li scortino in Messico col loro camper. Peccato che poco dopo il confine decidano di fermarsi ad uno strip club, il Titty Twister, dove tutto prenderà una piega molto diversa. Idea fantastica quella di contrapporre la follia totale dei due fratelli gangster, ad un quadretto familiare che più normie non si potrebbe, anzi caratterizzato da una religiosità anche un po’ eccessiva. Quentin Tarantino si attirerà diverse critiche per aver scelto di interpretare Ritchie, l’anima nera del gruppo. Non sarà la prima né l’ultima volta che si prenderà questo tipo di libertà, ma bisogna ammettere che il suo Ritchie è raggelante, imprevedibile, eccessivo.
L’eredità di un sabba cinematografico inimitabile e ardito
Nessuno poteva immaginare che George Clooney potesse essere credibile come criminale. Era il divo di E.R. – Medici in prima linea, un sex symbol cortese. Tatuaggio tribale al collo, .357 magnum in mano, sexy, dark, con quell’aria da duro dal cuore d’oro, buca letteralmente lo schermo. Dal tramonto all’alba a livello narrativo non appare un film così complesso o sfaccettato, anzi. Ma, come spesso capita nel cinema, non è il cosa, ma il come. Dal punto di vista visivo, è una meraviglia e il suo dinamismo, nonché la svolta splatter-action-horror di metà film, lascerà letteralmente senza parole il pubblico e la critica dell’epoca, non abituati a doversi confrontare con dei protagonisti così sanguinari e soprattutto così tanto dalla parte sbagliata della barricata. Dal tramonto all’alba ha un tasso di violenza altissimo, e si nutre di dualità. Giorno e notte, mostri e umani, e poi quei due fratelli. Si capisce immediatamente che se da una parte Seth è un criminale, ma con un certo codice, Ritchie invece è letteralmente una variabile impazzita, un sadico dissociato che vive in un mondo parallelo.



