“Perché siete tutti arrabbiati?” chiede con tutta la sincerità del caso Olive, sette anni, al tavolo di un diner. Sta tentando di capire se vuole o non vuole il gelato che ha ordinato. Cioè le stanno spiegando perché dovrebbe o non dovrebbe volere il gelato. Gli altri sono tutti adulti, o dovrebbero esserlo. La disfunzionale e naïf famiglia Hoover, l’indimenticabile comitiva di Little Miss Sunshine, che vent’anni atterrava al Sundance e nella storia del cinema con un rumore pazzesco.
20th Century Fox
Little Miss Sunshine e il segno dei tempi
Quattro anni e mezzo prima il rumore era stato quello straziante degli aerei sulle Torri Gemelle, all’avvio del decennio che spiegava all’America che non era proprio quello che sembrava. Aveva capito che poteva perdere, ma forse non lo aveva capito ancora bene. Di lì a un paio d’anni avrebbe concluso l’opera la crisi finanziaria dei sub-prime: la perdita delle certezze, la definitiva crisi d’identità del sogno americano. Nel mezzo, un piccolo grande film arrivato come una scheggia dalla Mecca del cinema indipendente, a preconizzare la caduta dell’illusione, di ogni sdegnoso confine tra winners e losers.
Vincere è l’unica cosa che conta?
The winner is dei DeVotchKa, a scandire con una perfezione metrica da endecasillabo il superlativo montaggio iniziale, pochi minuti per capire immediatamente che si stava assistendo a qualcosa di speciale. In quel pezzo gypsy punk rimasto iconico da quel momento in avanti, tanto dell’identità del film, quasi tutto. And the winner is? Nessuno di loro, proprio nessuno. Andava bene così. Solo che ancora non lo sapevano. Non lo sapevamo.
Padre ossessionato dall’idea della vittoria, fuffa-guru di corsi sui Nove Passi per raggiungere il Successo in aule semivuote, e al lavoro su un manuale che non uscirà mai. Madre sgualcita e scolpita dalla nevrosi. Il fratello di lei, uno dei massimi studiosi proustiani d’America, appena ripescato in ospedale dopo essersi tagliato le vene per una delusione d’amore. I due figli: il maggiore muto per scelta, ha fatto voto del silenzio finché non realizzerà il sogno di entrare in aviazione. E la piccola miss, che come sogno ha appunto quello di vincere il concorso di bellezza come bambina d’America. O crede di averlo. E a chiudere la compagnia il nonno amorevole ed eroinomane, ruolo che valse a Alan Arkin il premio Oscar come miglior attore non protagonista. (…non?)
Little Miss Sunshine, il ruolo indimenticabile di Steve Carell
Reduce dalla prima stagione di The Office, anche Steve Carell fu tutto ciò che non ci si sarebbe aspettato, nei panni dell’accademico tormentato, masticato e poi ruttato via, indigesto per troppa sensibilità. Semplicemente da strappare il cuore, zio per caso, bende ai polsi, non sa nemmeno perché è lì, e poi sa perfettamente perché è lì. Un cast da urlo e non sapevamo fino in fondo quanto. I due ragazzi, Paul Dano che vuole volare e non parla d’altro, anzi non parla affatto, e Abigail Breslin, d’abbagliante tenerezza e dalla rotondità non esattamente da reginetta che vorrebbero, nemmeno a sette anni: anche lei candidata alla statuetta. Coppia genitoriale di un biondo molto stars and stripes, Toni Colette e Greg Kinnear.
Il senso profondo (e generazionale) di Little Miss Sunshine
Un attimo dopo il Sundance, la 20h Century Fox piombò alla velocità della luce sul film di Jonathan Dayton e Valerie Faris, destinato a diventare culto immediato, e ad avere, ironicamente, un successo clamoroso (Oscar anche a Michael Arndt per la sceneggiatura). Una piccola guida spirituale per una loser generation che assisteva con la sensazione di un’epifania alle acrobazie e alle disgrazie di quella famiglia in viaggio su un mezzo d’altra generazione, il pulmino degli hippie. Una nuova minuscola stella polare nel panorama del cinema indipendente americano, un film di vite, sogni e ambizioni presi in prestito da altre generazioni, come i veicoli.


