E nonostante sia un film con ambizioni commerciali, di grande intrattenimento e con un ritmo indiavolato, Marty Supreme lo racconta come fanno i film di ricerca contemporanei: con un eccesso di trama. Ci sono troppe storie, troppi intrecci per poterli seguire tutti. Ognuno potrebbe essere un film a sé, e invece qui si susseguono: l’amico tassista, i genitori che lo vogliono trattenere, il torneo, la relazione con l’attrice decaduta, la fidanzata incinta, il cane perduto da un mafioso, e poi ritrovato da un villico, le truffe ai paesani, l’amico con un flashback sull’Olocausto, il furto al negozio di scarpe, e perfino uno spunto di vampirismo.
Questo vortice di eventi è costruito metodicamente: con la colonna sonora, le inquadrature dense, e con la recitazione di Chalamet, bravissimo nel non farsi schiacciare da un film che sembra triturare ogni personaggio, ma anzi in grado di guidare questa orda di trama, sempre un passo avanti. E il simbolo di come lui sia alla testa del tornato e quella camminata molleggiata che ha creato per Marty, è anche grazie a quello swag che abbiamo l’impressione che Marty non sia una vittima degli eventi, ma il motore stesso di quella furia. In questo film, che non è per i deboli di cuore, quasi ogni scena ha due livelli: ciò che viene detto e ciò che succede mentre si parla. A volte sono in armonia, a volte in conflitto aperto (come nella scena della vasca da bagno, l’apice del tornado). Tutto concorre a definire lo sforzo di mantenere il controllo su una vita ambiziosa.
I Wonder Pictures



