È impressionante vedere nel 2026 un film nuovo che sembra uscito a tutti gli effetti dal 2006. Ingenuo e basilare come erano all’epoca gli adattamenti da videogiochi, Ritorno a Silent Hill è così un calco del gioco da essere anche proprio fotografato per somigliargli. Si potrebbe anche andare più in là e arrischiarsi nell’affermare che pure alcuni effetti digitali poveri e la recitazione stentata siano un raffinato riferimento alla maniera in cui si recitava (e in molti casi si recita) male in videogiochi come Silent Hill. Ma è improbabile che tutto questo fosse voluto. Lo stesso quando si è in sala e ce lo si trova davanti, l’effetto è quello di una macchina del tempo.
Il gancio psicologico sta nel fatto che il viaggio nella città è per il protagonista anche un viaggio nella memoria e, proprio come nelle narrazioni videoludiche, i ricordi e i pezzi di trama sono sbloccati dal ritrovamento di oggetti, dalla scoperta di una nuova zona, dai materiali appesi al muro e anche, in certi casi, da frammenti audio. Gans ha fatto un calco e ne è uscito un film strano, che non rispetta tutte le regole del buon cinema (anzi!), ma che centra così bene il senso profondo di sgomento e di orrore da funzionare davvero. Che poi è esattamente ciò che era stato il primo film nel 2006: pure immagini una dopo l’altra.
È cinema difficilissimo da fare, costituito quasi solo di luoghi e atmosfere spaventose, in cui ogni set deve presentarsi come un incubo peggiore del precedente in un continuo rilancio. Non c’è il consueto gioco sul mistero del cinema americano (mostrare poco per lasciare che la paura avvenga nella testa dello spettatore), si vede tutto, per quanto nella penombra, e ogni mostro, ogni luogo e ogni stanza deve essere un po’ più infernale della precedente per dare l’idea di essere in una spirale verso l’origine del dolore.
Midnight Factory



