Monaco di Baviera – Margrethe Vestager ha avuto molte vite. È stata ministra di governi nel suo paese di origine, la Danimarca, con deleghe che sono andate dagli Affari ecclesiastici all’Economia. È stata per due volte commissaria europea. Prima alla concorrenza. Poi vicepresidente con delega al digitale. Dal suo ufficio di Bruxelles ha fatto vedere i sorci verdi alle big tech con indagini che hanno condotto a multe a carico delle grandi piattaforme online. Meta, Google, Apple sono tutte finite nella sua rete. È stata la lisca di pesce che non riesci a mandare giù per Donald Trump al suo primo giro da presidente degli Stati Uniti, tanto che lui con il suo solito gergo anti-diplomazia l’aveva liquidata come “la signora delle tasse”. Vestager ha ispirato anche la protagonista della serie tv Borgen, che sta all’Europa quanto House of cards agli Stati Uniti. È appassionata di lavoro a maglia. E di recente le è stato anche dedicato un modello di tronchetto dal marchio danese di scarpe Roccamore.
Beh, sembra che Margrethe Vestager sia pronta ad aggiungere un’altra vita al suo ampio ventaglio. Ed è quella di promotrice di Rebuild, un’organizazione non governativa di cui fondatore e presidente è Thomas Madsen-Mygdal, imprenditore tech e investitore, e amministratrice delegata Ditte Graa Wulff. ReBuild ha l’obiettivo di ricostruire in dodici mesi il panorama dei social media in Europa. O meglio, come preferiscono dire dalle loro parti, delle piattaforme sociali. Qualcosa di più grande, quindi, dei social propriamente detti. Che va dal microblogging al dating, dalla condivisione video alla promozione di eventi. Dalla messaggistica al networking. Più spazio agli strumenti made in Europe, meno a quelli made in Usa.
Un progetto di indipendenza
“L’Europa ha preso coscienza delle proprie dipendenze. Eravamo dipendenti dalla Russia per il gas, dalla Cina per le materie prime e per la capacità produttiva, dagli Stati Uniti per la sicurezza e anche per la tecnologia“, osserva Vestager al lancio di ReBuild, presentata a un gruppo di testate internazionali, tra cui Wired, giovedì 15 gennaio in un incontro a margine di Dld, la conferenza su tech e digitale organizzata dal gruppo media Burda a Monaco. E aggiunge: “Si stanno facendo molti sforzi per ridurre queste dipendenze: non per diventare completamente indipendenti, ma per raggiungere un certo livello di sovranità. E questo vale anche per le piattaforme social. Le piattaforme social sono fondamentali per la nostra infrastruttura democratica. È lì che le persone si incontrano”.
Ma quante sono le piattaforme sociali in Europa? Forse più di quante immaginate, se considerate l’estensione dell’etichetta (non solo social propriamente detti, 15 le categorie totali). ReBuild le sta censendo e finora nel suo database ne conta 121. Alcune sono note al grande pubblico, come la lituana Vinted per la vendita di usato, e Mastodon, una delle piste di atterraggio degli utenti in fuga da X gestita da una no-profit tedesca. O Meetup, che in Italia o riaccende memorie politiche del Movimento 5 Stelle delle origini racconta dello sviluppo della società italiana Bending Spoons, che l’ha acquistata nel 2024 e che possiede, tra le app menzionate da ReBuild, anche la tedesca Koomot. O ancora BeReal, un social network francese ad accesso contingentato. Altri, invece, sono nomi meno abituati a stare sotto i riflettori. Uno degli obiettivi dell’ong è portarceli più spesso.


