La scommessa dell’amministrazione Trump, inoltre, non prevede alternative. Come osservato in diverse analisi, l’idea di affidarsi a un’autorità centrale ancora debole, senza un piano credibile per la gestione delle crisi significa rischiare. E tanto.
In altre parole, Washington si muove come se la transizione siriana fosse solo una questione politica, mentre ogni fallimento produce effetti concreti e immediati anche sul campo. Se la sicurezza nel nord-est dovesse collassare, se le strutture detentive venissero compromesse, se le alleanze locali si incrinassero, le conseguenze non resterebbero confinate all’interno del territorio siriano. Ed è proprio questa assenza di lungimiranza, oltre che di una rete di sicurezza, che rende la scommessa americana un azzardo geopolitico i cui costi potrebbero ricadere anche sull’Europa.
Il ritorno dell’ISIS come minaccia adattiva
Nonostante questo, parlare oggi di un “ritorno dell’ISIS” rischia di evocare immagini sbagliate. Non siamo di fronte alla ricostruzione di un califfato territoriale come quello proclamato nel 2014, né a una nuova offensiva su larga scala. La minaccia che emerge dalla Siria post-regime è più sottile e, proprio per questo, più difficile da comprendere. È quella di un’organizzazione che ha imparato a sopravvivere nel vuoto, adattandosi a contesti frammentati e sfruttando crisi locali per ricostruire reti, uomini e capacità operative.
Le evasioni dalle prigioni del Rojava e l’instabilità crescente attorno ai campi di detenzione rappresentano l’evoluzione di una strategia già osservata negli ultimi anni. Daesh non ha bisogno di controllare territori estesi per tornare a contare, basta la libertà di movimento di piccole cellule e la possibilità di sfruttare spazi grigi lasciati scoperti dalla governance statale.
Questo modello adattivo è stato analizzato da diversi centri di ricerca, che descrivono l’ISIS come un’entità capace di riorganizzarsi in modo modulare, combinando autonomia locale e coordinamento ideologico. Anche le Nazioni Unite hanno sottolineato come l’organizzazione resti una minaccia globale in evoluzione, pronta a sfruttare instabilità e conflitti irrisolti per rigenerarsi.
In questo senso, la Siria è il terreno su cui si misura la capacità della comunità internazionale di gestire una nuova minaccia ibrida, che si presenta come infrastruttura di violenza adattiva. Ed è proprio questa forma, meno visibile ma più resiliente, a rendere la crisi siriana un problema che va ben oltre i suoi confini.


