Nel novembre 2025, l’oceano ghiacciato tra lo Stretto di Fram e il Mar di Barents è diventato il teatro di una spedizione che ha coinvolto persone proveniente da discipline diverse; dalla geologia alla biologia, dalla micropaleontologia alle arti sonore e visive. La Extreme25 Expedition, parte del progetto più ampio EXTREMES promosso dalla University of the Arctic (UArctic), ha visto salpare la nave di ricerca Kronprins Haakon da Longyearbyen il 11 novembre e rientrare a Tromsø quindici giorni dopo con un carico di dati, materiali ed esperienze.
Il cuore di Extreme25 è stato l’approccio multidisciplinare fortemente voluto dalla scienziata che ha guidato il progetto, Giuliana Panieri, direttrice dell’Istituto di Scienze Polari (ISP) del CNR. “La natura non conosce confini tra le varie discipline” afferma la scienziata. Accanto ai ricercatori, a bordo erano presenti anche artisti, coinvolti attivamente nella spedizione. Attraverso linguaggi visivi e narrativi, hanno affiancato il lavoro scientifico offrendo nuove chiavi di lettura dell’ambiente artico e delle sue trasformazioni, contribuendo a rendere l’esperienza di ricerca anche un laboratorio di dialogo tra scienza e arte. A bordo della nave, tra i ricercatori, erano presenti anche microbiologi dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.
“Il sistema naturale funziona senza barriere tra le discipline. Le barriere artificiali le abbiamo create noi. Basta pensare che, in passato, le scienze naturali erano considerate una branca della filosofia naturale. Studiare l’ambiente serve proprio a comprendere il ruolo dell’uomo e le sue interazioni con la natura. In questo senso, il dialogo tra artisti e scienziati è essenziale: ciascuno interpreta l’ambiente con occhi e strumenti diversi, contribuendo a una comprensione più completa.” afferma il Professor Donato Giovannelli, ordinario di Microbiologia alla Federico II ed esperto di ambienti estremi che ci ha raccontato l’importanza di questa missione. La partecipazione del gruppo di Donato Giovannelli alla campagna Extreme25 rientra nel progetto europeo COEVOLVE, dedicato allo studio dei processi geologici, biologici e chimici negli ambienti estremi e del loro ruolo nel sistema Terra.
Ambienti estremi come chiave per il futuro
I cosiddetti ambienti estremi come i cold seeps e le sorgenti idrotermali profonde, sono tra i più difficili da raggiungere, spogli di luce solare e ostili all’essere umano. Allo stesso tempo, sono habitat ricchi di biodiversità, profondamente connessi ai cicli geochimici globali e capaci di svelare aspetti inediti dell’evoluzione della Terra. La loro esplorazione sfida non solo la tecnica, ma anche i nostri modelli mentali e culturali. Proprio sfidando questi ultimi Donato Giovannelli ci dice come, in realtà, gran parte della Terra è costituita da ambienti estremi: gli oceani coprono circa il 70% della superficie terrestre con profondità medie di 3,5-4 km, e anche poli, alte quote e deserti rappresentano condizioni estreme.
Giovannelli sottolinea che fino alla seconda metà degli anni Settanta si riteneva improbabile che sul fondo del mare potessero esistere ecosistemi complessi e abbondanti come le foreste terrestri, poiché si pensava che la fotosintesi cioè un processo che richiede necessariamente la luce del Sole, fosse l’unico processo capace di sostenere grandi biomasse. La scoperta delle sorgenti idrotermali profonde nel 1977 ha cambiato radicalmente questa concezione, rivelando un processo alternativo: la chemosintesi. In questi ambienti, la produzione di biomassa avviene a partire da composti inorganici ridotti, come CO₂, idrogeno, metano o zolfo, senza necessità di luce solare.


