Il percorso che ha portato all’approvazione è stato lungo e accidentato. Nel 2018 la Cina acquistò il complesso del Royal Mint Court per circa 255 milioni di sterline (circa 294 milioni di euro), in una fase in cui Londra guardava ancora con favore agli investimenti cinesi. Lo scenario mutò rapidamente. Nel dicembre 2022, il consiglio municipale di Tower Hamlets respinse all’unanimità la richiesta di pianificazione, citando preoccupazioni su sicurezza pubblica, impatto turistico, risorse di polizia e tutela del patrimonio storico, rilevando che il progetto sollevava “preoccupazioni per la sicurezza di residenti e visitatori e per la gestione di un’area già congestionata”.
Quel voto — inusuale perché fondato anche su valutazioni di ordine pubblico e sicurezza — spinse il governo a richiamare a sé la competenza e trasferire il dossier al livello nazionale. Da quel momento, la questione della sicurezza nazionale, inclusa l’interazione del complesso con infrastrutture critiche nel cuore di Londra, è rimasta centrale fino alla decisione finale di procedere, assumendo pienamente il costo politico.
Le fibre ottiche del sottosuolo e le preoccupazioni per la cybersicurezza
Il cuore tecnico della controversia riguarda ciò che non si vede. Il Royal Mint Court sorge sopra e accanto a uno dei più densi nodi di infrastrutture di telecomunicazione di Londra, attraverso cui transitano dati finanziari sensibili tra la City e Canary Wharf. Non si tratta di cavi qualunque, ma di dorsali utilizzate da banche, borse d’affari, piattaforme di trading ad alta frequenza.
I piani dell’ambasciata prevedono un vasto complesso interrato, con collegamenti tra edifici e aree tecniche la cui funzione è stata in parte oscurata nei documenti pubblici. Questo ha alimentato le preoccupazioni non tanto per uno scenario da spy movie, quanto per un rischio sistemico: l’accumulo di vulnerabilità in un’area già iperconnessa. In un’informativa ufficiale, i servizi segreti britannici (MI5) e il Government communications headquarters (Gchq), l’agenzia nazionale per la sicurezza, hanno chiarito che “non è realistico eliminare ogni rischio potenziale,” citando “una vasta gamma di problemi sensibili di sicurezza nazionale, inclusi i cablaggi”. La loro posizione non mette in discussione l’ambasciata in sé, ma evidenzia la sfida per lo Stato britannico nel monitorare, ispezionare e intervenire sulle infrastrutture circostanti: un giudizio tecnicamente solido, ma politicamente delicato.
Il criticato processo di avvicinamento tra il governo Starmer e Pechino
Sulla decisione di Downing Street di richiamare a sé la competenza sul caso, disponendo un’audizione pubblica nel febbraio 2025 avrebbe pesato, secondo alcuni osservatori, una scelta politica. Come ha scritto Reuters, Starmer ha compiuto una scommessa: smarcare il Regno Unito da una linea occidentale sempre più divisa, cercando di posizionare Londra come interlocutore pragmatico di Pechino. Il tutto, però, “senza rinunciare formalmente al suo posizionamento in materia di sicurezza”, condiviso con gli alleati di Five Eyes, l’alleanza di intelligence che comprende Stati Uniti, Australia, Canada e Nuova Zelanda. Una scommessa che si concretizza ora anche sul piano diplomatico: da mercoledì il primo ministro sarà impegnato in Cina per un viaggio diplomatico che comprenderà anche un incontro con il presidente Xi Jinping. Sarà la prima visita di un leader britannico a Pechino dal 2018.


