In onda il 27 e 28 gennaio su Rai 1 (il primo episodio in concomitanza con la Giornata della memoria), la serie Morbo K riporta alla luce una pagina particolarmente eroica e significativa della storia italiana che si svolte all’apice del dramma della seconda guerra mondiale. Prodotta da Rai Fiction e Fabula Fiction, la serie diretta da Francesco Patierno riprende infatti un episodio di grande valore che vide al centro il dottor Giovanni Borromeo, primario dell’ospedale romano Fatebenefratelli (il cui nome nella fiction è cambiato in quello del professor Prati, interpretato da Vincenzo Ferrara). Siamo nel settembre 1943, dopo l’armistizio e con Roma occupata dai nazisti: il colonnello tedesco Herbert Kappler ricatta la comunità ebraica della Capitale chiedendo 50 chili d’oro per evitare la deportazione, ma molti sospettano che quello sia solo un avido diversivo per arricchirsi e comunque portare a termine la missione di deportare gli ebrei verso la Germania.
Un’idea per la salvezza
Intuite le vere intenzioni del colonnello, il primario del Fatebenefratelli – ospedale che si trova sull’Isola tiberina, a pochi passi dal Ghetto ebraico – ha un’idea per salvare più persone possibili dai rastrellamenti: trasferisce infatti alcune famiglie ebrei in un reparto speciale del nosocomio, inventando un fantomatico virus che viene chiamato morbo K o morbo di K (l’iniziale, non causale, è quella di Kappler ma anche del famigerato feldmaresciallo della Luftwaffe Albert Kesselring), la cui pericolosità e contagiosità doveva bastare a tenere lontani i soldati tedeschi. A chi era ricoverato nel reparto veniva detto di tossire insistentemente e coprirsi il volto con fazzoletti non appena comparissero i militari stranieri, in modo da metterli in allarme sul possibile virus. Nel frattempo, la rete costruita attorno a Borromeo doveva consentire la creazione di documenti falsi per i finti ricoverati, in modo che – dichiarata la morte delle loro vere identità – potessero sfuggire alla deportazione.
Il giorno del tragico rastrellamento del Ghetto romano ordinato da Kappler, avvenuto il 16 ottobre 1943, molte altre persone si aggiunsero ai ricoverati nel reparto del Morbo K. Nonostante questo, si stima che i nazisti siano riusciti a catturare circa 1259 persone, caricandole su treni la maggior parte dei quali destinata a campi di concentramento come Auschwitz. Non è chiaro, invece, quanti ebrei riuscirono invece a salvarsi grazie all’intuizione di Borromeo e delle persone a lui vicine: a seconda delle fonti si parla di una ventina di individui, numeri che però salgono anche a 45 o addirittura al centinaio. Borromeo si distinse anche in altre azioni di coraggio e di sostegno alla Resistenza, come l’installazione di una radio clandestina nei sotterranei del Fatebenefratelli e l’aiuto al generale Roberto Croci, suo paziente e martire delle Fosse Ardeatine.
Ovviamente la fiction Rai Morbo K aggiunge alla ricostruzione storica di un fatto realmente accaduto anche delle trame più romanzate, come la combattuta storia d’amore tra l’aspirante artista Silvia Calò (Dharma Mangia Woods), appartenente a una delle famiglie ebraiche vicine al dottor Prati, e Pietro Prestifilippo (Giacomo Giorgio), assistente del professore già promesso sposo a un’altra donna. L’intreccio della loro vicenda e dei più grandi fatti storici arriverà al suo apice proprio nei giorni del rastrellamento del Ghetto romano e la deportazione in treno.
In mezzo alla love story e al dramma della deportazione, rimane l’impresa eroica ispirata da Giovanni Borromeo, finora forse mai raccontata con il giusto risalto. Borromeo, morto a 63 anni nel 1961, fu poi riconosciuto nel 2004 dallo Yad Vashem, l’ente nazionale di Israele dedicato alla Memoria della Shoah, il quale lo inserì nell’elenco dei Giusti tra le nazioni, ovvero i non ebrei di tutto il mondo che si sono distinti per salvare e proteggere gli ebrei durante l’Olocausto.


