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Perché la Cina ora si vuole occupare anche di videogiochi e anime, nel tentativo di costruire un’epica nazionale

di webmaster | Gen 29, 2026 | Tecnologia


Per anni abbiamo pensato ai videogiochi e agli anime come a semplici territori dell’evasione, rifugi digitali in cui milioni di ragazzi si muovono per giocare, guardare, costruire identità parallele. Mondi colorati, rumorosi, apparentemente innocui. Ma la Cina li inserisce in ciò che considera una guerra silenziosa per il controllo delle menti, dei valori e dell’immaginario delle nuove generazioni. Puntando sul rafforzamento dell’epica con caratteristiche cinesi, anche attraverso romanzi (spesso di fantascienza) e film dai contorni patriottici.

È da questa prospettiva che nasce un recente allarme lanciato dal potente ministero della Sicurezza del regime di Pechino, il quale sostiene che in alcuni prodotti di intrattenimento stranieri si annidino messaggi che semplificano problemi complessi, alimentano una visione cinica della storia, promuovono un individualismo estremo, offrendo allo stesso tempo un “falso senso di appartenenza” a comunità virtuali che possono sostituirsi, almeno in parte, ai legami familiari e sociali tradizionali. Si tratta di un avvertimento che suona come una dichiarazione politica prima ancora che come una presa di posizione educativa: l’intrattenimento non è più solo intrattenimento, può diventare un campo di battaglia.

Cosa vuole controllare la Cina attraverso i videogiochi

Dove finisce il gioco e comincia l’ideologia

Nella Cina iperconnessa di oggi, dove quasi 200 milioni di minorenni vivono immersi nello schermo fin dall’infanzia, il confine tra gioco e formazione, tra svago e ideologia, si è fatto sottile come non mai. Ogni avatar, ogni storia, ogni community online diventa potenzialmente una porta d’accesso a visioni del mondo alternative, a modelli di comportamento, a narrazioni che non sempre coincidono con quelle che lo Stato vorrebbe trasmettere. E allora ecco che i videogiochi, gli anime e le piattaforme video smettono di essere soltanto prodotti culturali e si trasformano, agli occhi delle autorità, in strumenti capaci di plasmare mentalità, di insinuare dubbi, di normalizzare valori considerati pericolosi: il nichilismo verso la storia, l’individualismo estremo, perfino l’idea che la violenza possa essere una forma legittima di soluzione dei conflitti.

Nel racconto ufficiale, il rischio non è soltanto morale o educativo, ma apertamente politico e strategico. Alcuni contenuti, soprattutto quelli prodotti all’estero o veicolati attraverso piattaforme globali, vengono descritti come strumenti di “infiltrazione culturale”, capaci di insinuare dubbi sulla narrazione storica cinese, sulla legittimità dello Stato e sull’idea stessa di identità nazionale.

È qui che entra in gioco il concetto, molto presente nel discorso pubblico cinese, di “nichilismo storico“, ovvero la tendenza a mettere in discussione episodi, simboli e figure fondanti del racconto patriottico promosso dal Partito comunista cinese, sostituendoli con interpretazioni relativiste o apertamente critiche. Secondo le autorità, se questo atteggiamento si radica tra i giovani, può minare alla base la fiducia nel progetto collettivo del Paese. E, soprattutto, dello stesso Partito che lo guida dal 1949.

Intrattenimento e sicurezza nazionale

Un altro fronte sensibile è quello della rappresentazione della violenza e dell’eroismo. Il ministero della Sicurezza ha parlato di una “estetica della violenza” che, mascherata da spirito cavalleresco o da epica del combattimento, finisce per legittimare l’uso della forza come strumento per risolvere i conflitti. Non si tratta solo di una preoccupazione astratta: nei comunicati ufficiali viene citato il caso di uno studente che, dopo essersi immerso per anni in un mondo virtuale dominato da dinamiche competitive e militari, avrebbe pianificato azioni violente ispirate direttamente a un videogioco. Episodi del genere vengono utilizzati come prova del fatto che l’esposizione prolungata a certi contenuti può distorcere i valori e tradursi in comportamenti pericolosi per la società.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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