Il nesso di causalità tra inquinamento e malattie oncologiche è stato a lungo dibattuto, in termini spesso umilianti per i cittadini, per chi si ammala senza fare notizia. Nel 2014, l’allora ministra della Salute Beatrice Lorenzin, a Napoli per inaugurare il corso di laurea in Nutraceutica dell’Università Federico II, disse che troppo fumo, alcool e cibi grassi sarebbero tra le cause principali dell’alto numero di tumori e malattie croniche che si registrano nella Terra dei fuochi. Come se fosse stato “compito” dei cittadini essere più ligi, sani, rispettosi delle regole e degli screening.
Un rapporto del 2016 voluto dalla Procura di Napoli e dall’Istituto superiore di sanità avrebbe poi confermato come l’incidenza di tumore al seno, asma, leucemie, malformazioni congenite e altre malattie oncologiche fosse maggiore proprio qui, dove alta era anche l’incidenza delle attività ambientali illecite. Con 2.767 siti di smaltimento illegale dei rifiuti tracciati nei 38 comuni di competenza della Procura di Napoli Nord, un cittadino su tre vive o ha vissuto entro 100 metri di distanza da una bomba ecologica. Per questo, è stato quantomeno miope ignorare i fattori di rischio ambientale addossando la responsabilità della propria salute esclusivamente alla condotta dei cittadini. Se è vero, come sottolinea l’Osservatorio nazionale screening, che in Campania l’adesione agli screening oncologici (insieme all’accesso e l’organizzazione degli stessi) è limitata rispetto alle regioni del Nord, è altrettanto opportuno considerare i fattori ambientali di rischio. Secondo il registro tumori della Regione Campania, che risale al 2025 ma con dati del 2021, nel periodo compreso tra il 2012 e il 2021 nella provincia di Caserta si è rilevata un’eccessiva incidenza di tumori maligni del sistema nervoso centrale, nella fascia d’età 0-14 anni, con un’incidenza maggiore nel primo anno di vita.
Si ritorna allora a parlare di accesso alle cure di responsabilità. Archiviato l’Antropocene come momento storico e politico in cui vivere, osservare la Terra dei fuochi mostra che la deumanizzazione e l’accumulo di capitale sono strettamente connesse al degrado ambientale.
Dei rapporti di potere che generano subalternità si occupa Marco Armiero, scrittore e professore all’Università Autonoma di Barcellona, il quale è intervenuto come amicus curiae nell’ambito della sentenza pilota della Cedu di un anno fa. Attivo anche nelle Scienze umane ambientali e nell’Ecologia politica, Armiero teorizza il concetto di Wasteocene inteso come era che produce relazioni ed esseri umani di scarto, “un insieme di relazioni socio-ecologiche tese a riprodurre esclusione e diseguaglianze”. Sotto questa luce, la Terra dei fuochi assume le fattezze di un laboratorio a cielo aperto in cui le relazioni di scarto sono le fondamenta di un sistema che silenzia chi è relegato al ruolo di subalterno.
Il silenzio delle istituzioni
Come sottolinea la sentenza della Cedu, il silenzio è stato lo strumento usato dallo Stato italiano per celare la gravità del disastro. Tra il 1995 e il 2018, lo smaltimento illegale di rifiuti in Campania è stato oggetto di ben sette commissioni parlamentari: quella del 2009, per esempio, rimette in discussione la gestione regionale della crisi dei rifiuti, per cui lo stato d’emergenza era già stato dichiarato nel 1994. Si stanziano ulteriori fondi, si sollecita una maggiore efficienza dei consorzi e la pubblicazione di nuovi bandi per contrastare l’infiltrazione camorristica nella gestione dei rifiuti. Si tratta di una presenza, quella criminale, di cui il parlamento era però a conoscenza almeno dal 1988 mentre, con la seconda commissione parlamentare d’inchiesta il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone dichiara che nel 1990, quello dello smaltimento illegale dei rifiuti diventa ufficialmente un business del clan dei Casalesi di cui faceva parte, indicando con precisione i siti di sversamento dei rifiuti pericolosi. Quando gli viene chiesto dove finissero i proventi dello smaltimento, Schiavone risponde che il denaro finiva nella casse del clan, che era un clan di Stato, aggiungendo: “La mafia e la camorra non potevano esistere se non era lo Stato. Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza del clan, questo avrebbe forse potuto esistere?”.


