Il virus Nipah sta di nuovo mettendo paura in India. Nei giorni scorsi, infatti, sono stati segnalati due nuovi casi nello stato del Bengala occidentale, due giovani infermieri, colpiti da questo virus zoonotico (Henipavirus nipahense). Una situazione monitorata con attenzione, dentro e fuori dall’India, dove il rischio sanitario è al momento rispettivamente moderato e basso, come ricorda l’Oms.
I rischi per l’India e per i paesi vicini
Non è la prima volta che lo stato indiano è alle prese con un focolaio della malattia, che si crede arrivi dai pipistrelli, ma è passato diverso tempo dall’ultimo segnalato. Gli ultimi due focolai qui infatti risalgono al 2001 e al 2007, mentre più recentemente (anche lo scorso anno) il virus è stato segnalato in Kerala, dove nel 2018 ebbe un tasso di letalità elevatissimo, portando a morte 17 persone su 19 contagiate. Per il virus di Nipah non ci sono trattamenti, né vaccini, e il tasso di letalità varia mediamente dal 40 al 70%. Per l’India, come accennato, l’Oms considera il rischio moderato, mentre per i paesi vicini basso, anche in virtù, sottolinea, della buona capacità di contenimento dei precedenti focolai (diversi sono quelli registrati negli ultimi anni). Per l’Italia, come da nota ministeriale, il rischio è valutato molto basso e non richiede restrizioni ai viaggi, mentre continua il monitoraggio. Ciò detto alcuni paesi asiatici hanno implementato misure di controllo negli aeroporti.
La situazione in India
Gli ultimi aggiornamenti della situazione attuale in India sono questi: i test effettuati nei contatti dei due infermieri hanno dato esito negativo, e al momento dunque sono solo due le segnalazioni di infezioni (una sarebbe già negativa, secondo quanto riferisce il Times of India). Il virus si acquisisce dagli animali, direttamente o tramite secrezioni infette, e relative contaminazioni di cibo, come la linfa da palma da dattero, ma può trasmettersi anche tra persone con contatti ravvicinati. Al momento non è chiaro da dove originano i due nuovi casi. I monitoraggi e le attività sorveglianza continuano, sono state avviate campagne di sensibilizzazione, allertati i sanitari, e proseguono i follow-up dei contatti: mediamente il periodo di incubazione è infatti di 3-14 giorni ma in rari casi ha raggiunto anche i 45 giorni. Tenendo conto che i casi confermati sono stati ricoverati a gennaio e hanno ricevuto diagnosi circa alla metà del mese, questo rende ragione del continuo monitoraggio della situazione.
In alcuni casi l’infezione può essere asintomatica, in altri causa febbre, mal di testa, difficoltà respiratorie, tosse, ma anche brividi, sonnolenza, vomito diarrea, confusione, ma possono essere presenti anche sintomi neurologici ed encefalite. “In assenza di un vaccino autorizzato o di un trattamento terapeutico specifico per la malattia da virus Nipah, la riduzione o la prevenzione dell’infezione nelle persone si basa sulla sensibilizzazione sui fattori di rischio”, concludono dall’agenzia. A tutti i livelli: sia riducendo i contatti con gli animali e il rischio di contaminazione di cibi, che contenendo il rischio di trasmissione tra persone nelle aree interessate che segnalando e monitorando tempestivamente i casi.


