Facilitare la comprensione dell’utilizzo nel mondo professionale sarà quindi una chiave per le organizzazioni che però devono anche cercare di viaggiare in parallelo. Secondo l’assessora allo sviluppo economico del Comune di Milano, Alessia Cappello, “i dati ci dicono che i giovani sono pronti, spesso più pronti delle organizzazioni che dovrebbero accoglierli. Il ruolo delle istituzioni è accompagnare questa transizione, costruendo ponti tra competenze, imprese e territori, e creando contesti in cui il talento possa esprimersi senza essere frenato da barriere culturali o strutturali”.
Se da un lato i giovani non stanno scoprendo l’intelligenza artificiale, ma la stanno già integrando (anche se la maggior parte dell’attenzione ricade su ChatGpt e su Gemini, trascurando gli altri modelli), le aziende farebbero meglio, come suggerito da Antonio Pisante, amministratore delegato e fondatore di YellowTech, “a imparare da chi l’IA la usa ogni giorno, non il contrario”. In altri termini, ogni resistenza al cambiamento andrebbe fatta cadere non solo dal punto di vista delle mansioni che si possono delegare alla tecnologia, ma anche e soprattutto sul fronte delle gerarchie interne. Insomma, i colleghi più anziani, ovviamente tenuti a fare reskilling, devono anche fare spazio a chi ne sa di più, o, quantomeno, mettersi in ascolto.
Da qui, il suggerimento dello stesso Pisante, di compiere tre azioni. Fare reverse mentoring, per ribaltare lo schema di chi insegna e chi impara; l’abilitazione di AI company program con una fitta presenza di under 30, valorizzando chi davvero porta competenza e l’abbattimento di gerarchie nei progetti con l’IA, al fine di non porre un limite al potenziale giovane esistente e al suo effetto di traino anche sulla popolazione senior.
Più consapevolezza sui consumi
Occhio alle percezioni, soprattutto quando la Next Gen va raggiunta sul fronte dei consumi. Prendiamo il caso, citato all’evento, di TikTok, che, anche in Italia, lo scorso anno ha abilitato per i suoi utenti la possibilità di acquistare da brand, venditori e creator locali direttamente in app. Come spiegato all’incontro, spesso si tende ad associare l’utilizzo di questi social più alla Gen Alpha che alla Gen Z eppure l’età media degli user è 27 anni. In questo caso il rischio è sovrastimare il peso di un target (11-17) che non ha un accesso forte al portafogli. Top driver degli acquisti (fiducia nei brand, prezzo e sostenibilità) e pain point – come i costi di spedizione, i tempi logistici, la complessità dell’acquisto – vanno affrontati e calibrati di conseguenza.
Stimoli all’impresa
La Next Gen dell’Osservatorio avrà anche voglia di fare impresa? Non resta che augurarselo in un paese dove la popolazione invecchia e cala anche l’imprenditoria giovanile. Nel 2011 si contavano, in questo senso, 630 mila imprese, nel 2024, 437 mila (fonte, ufficio studi Confcommercio su dati movimprese e Istat). Come spiega a Wired a margine dell’evento Paolo De Nadai, presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza: “La discesa del numero di nuove aziende nate da under 35 sta costando circa 3 punti di Pil al paese. I blocchi che portano un ragazzo a demordere sono l’accesso al capitale, il costo del cuneo fiscale del lavoro e quindi la capacità di attrarre talento e la burocrazia, tre leve che si potrebbero con i giusti incentivi facilmente risolvere, per creare quel volano positivo per cui nuove aziende giovani aumentano Pil, innovazione e produttività”.

