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Pretty Woman torna al cinema per San Valentino, ma è davvero una favola romantica o è una storia di potere ben confezionata?

di webmaster | Feb 6, 2026 | Tecnologia


Sono trascorsi 36 anni da quanto Julia Roberts e Richard Gere hanno conquistato il cuore di generazioni di spettatori con le loro interpretazioni nella rom-com per eccellenza, Pretty Woman. E dopo tanti anni questo film ha ancora una presa particolare sul pubblico e continua a far battere i cuori di tutto mondo. La storia di Vivian, lavoratrice sessuale che si invaghisce di Edward, un cinico uomo d’affari, è stata a lungo celebrata come una favola moderna, una commedia romantica che dimostra come l’amore sia capace di superare ogni ostacolo e tutte le differenze sociali. Il film diretto da Garry Marshall, tornerà nelle sale, distribuito da Nexo Studios, il 9, 10, 11 e 14 febbraio, in occasione di San Valentino. Ma può essere ancora considerato un film romantico? O sarebbe più giusto considerarla una storia di potere ben confezionata?

Facciamo un passo indietro. Pretty Woman è un film del 1990, scritto da J.F. Lawton. Il film incassò 460 milioni nel mondo, ottenendo un enorme successo internazionale; fu la prima vera occasione per Julia Roberts che, nonostante una carriera ancora in divenire, aveva già ottenuto una candidatura agli Oscar per il film del 1989 Fiori d’acciaio. La storia è ambientata a Los Angeles. Il ricco, divorziato, e solitario, uomo d’affari Edward Lewis, fermatosi sulla Hollywood Boulevard per chiedere un’indicazione per il suo albergo, incontra una giovane sex worker di nome Vivian Ward, che lo aiuta in cambio di una piccola somma di denaro. I due raggiungono l’hotel e trascorrono la notte assieme. Edward le propone un affare: restare con lui una settimana, sempre a fronte di una lauta ricompensa. Per 3000 dollari lei accetta di trascorre l’intera settimana con lui, interpretando la sua compagna durante i ricevimenti e le cene di lavoro. Quella che è una transazione commerciale cambia rapidamente fisionomia quando i due comprendono di provare un sentimento incontenibile l’uno per l’altra.

Il successo di un film simbolo

Pretty Woman è considerato ancora oggi un’icona cinematografica assoluta, una pellicola che si propone come una modernizzazione di Cenerentola e del mito di Pigmalione, ed è evidente quanto sia figlia del proprio tempo. Il film, anche se è uscito nel ’90, dal punto di vista culturale e politico è anni ‘80 quanto le spalline oversize, i completi gessati e i broker rampanti. Sono gli anni di edonismo reaganiano, di culto del successo individuale, di fiducia cieca nel mercato e nel denaro. Sono anni in cui il corpo della donna è oggettificato, preso di mira, stereotipato, schernito, un corpo ammirabile e desiderabile solo attraverso lo sguardo dominante, ovvero quello maschile. Ed è partendo da queste considerazioni che è utile osservare il film in modo più analitico, andando oltre il glamour e la chimica tra Julia Roberts e Richard Gere. Quella che viene magnificata come una favola moderna ha dentro di sé crepe molto profonde. Sotto la maschera romantica si nascondono dinamiche di potere profondamente asimmetriche, una storia di subalternità, disuguaglianza, privilegi e dinamiche di controllo.

Da un lato Vivian viene rappresentata come una donna di grande intelletto, vivace, ironica, sprezzante, capace di mettere in crisi Edward e il suo cinismo. Vediamo il suo personaggio attraversare una trasformazione estetica capovolgente: in poche scene Vivian cambia completamente stile, dai vestiti, agli accessori, ai capelli. Gli abiti eleganti, l’accesso agli spazi del lusso, passano esclusivamente attraverso lo sguardo e il portafoglio di Edward. È lui a scegliere, pagare, decidere tempi e modalità della relazione, è lui ad aprire le porte di un mondo altrimenti inaccessibile. Elementi che diventano condizioni insindacabili per la sua approvazione sociale. Queste trasformazioni altro non sono che un’evoluzione verso un ideale più accettabile del femminile, un modo come un altro per adattarsi al meglio ai desideri dell’uomo: abiti firmati, buone maniere e comportamenti perfetti diventano il passepartout sociale per entrare a fare parte del suo contesto, e meritare quel posto accanto a lui.

Una favola moderna tra luci e ombre

Non si può tacere davanti l’evidente moralizzazione del lavoro sessuale. Mentre si racconta con Edward, Vivian gli confessa che è stata in un certo senso costretta dalla vita a fare quel lavoro, che non è felice, che è stato traumatico: è l’occasione per sottolineare allo spettatore quanto sia profondo il suo desiderio intrinseco di essere salvata. Non c’è il minimo spiraglio affinché Vivian possa averlo scelto e possa portarlo avanti con assoluta dignità, cosa che in altri film, anche molto precedenti a questo, era stato possibile vedere, come Working Girls o il più recente Anora o lo splendido Kokomo City, opere che mettono in scena un’idea di emancipazione e complessità verso le persone che lavorano con il proprio corpo, che le sottrae alla retorica della vittima da salvare. Pretty Woman non mette mai in discussione lo stigma della sex worker da perdonare e redimere, anzi lo aggira, lo addolcisce, e lo rende funzionale al lieto fine. Vivian non può essere felice restando com’è, deve evolvere, deve essere scelta e poi legittimata socialmente da un uomo ricco.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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