Nelle ultime settimane di tumore al pancreas si è parlato molto, soprattutto in merito alle prospettive a lungo termine. Nel mentre, con molta più concretezza per l’immediato, il 10 febbraio scorso è stato fatto un passo avanti nella disponibilità attuale dei trattamenti: l’Agenzia italiana del farmaco Aifa ha infatti approvato la rimborsabilità della terapia che va sotto il nome di olaparib, il cui costo sarà quindi sostenuto dal Servizio sanitario nazionale per i pazienti che rientrano nei criteri clinici definiti.
Olaparib è un farmaco antitumorale orale che fa parte della categoria degli inibitori di Parp (poly Adp-ribosio polimerasi), già impiegato per diversi tipi di tumore e ora nello specifico anche per l’adenocarcinoma del pancreas metastatico, che è la forma più comune e aggressiva. In particolare l’impiego, come trattamento di mantenimento, è indicato per chi presenta mutazioni dei geni Brca (linea germinale di Brca1/2) e non ha avuto una progressione di malattia dopo almeno quattro mesi di chemioterapia di prima linea a base di platino. Per dare qualche numero, si stima che in Italia ci siano circa 13mila nuovi casi di tumore al pancreas all’anno (nel 2024 sono stati 13.585), e di questi circa un migliaio (il 7%) hanno la mutazione Brca.
Le evidenze scientifiche dal 2019 a oggi
L’approvazione della rimborsabilità di olaparib è arrivata dopo la pubblicazione – a febbraio 2025 – sulla rivista Cancer Medicine dei dati di uno studio indipendente italiano di real world, che ha riguardato 114 pazienti di 23 reparti di oncologia di tutto il nostro paese. “Nei pazienti che hanno ricevuto olaparib è stato dimostrato un vantaggio di sopravvivenza globale, con una riduzione del rischio di morte pari al 43%”, ha spiegato Michele Milella, direttore dell’oncologia dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona e primo firmatario dello studio. “La gestione della malattia si è basata per decenni sulla chemioterapia, con un carico di tossicità importante per i trattamenti prolungati e poche opzioni per i pazienti che non rispondevano più alla prima linea di trattamento. Per questo la ricerca si è concentrata sull’individuazione dei bersagli molecolari alla base della malattia, come i geni Brca, che aumentano il rischio di sviluppare non solo le neoplasie del seno, dell’ovaio e della prostata, ma anche del pancreas”.
Un altro lavoro di ricerca precedente, ma con un più alto numero di pazienti coinvolti, era stato pubblicato nel 2019 sul New England Journal of Medicine: noto come Polo, lo studio registrativo di fase 3 ha coinvolto 154 pazienti e ha dimostrato che la sopravvivenza libera da progressione è quasi raddoppiata (7,4 mesi rispetto a 3,8 somministrando un placebo), che la sopravvivenza a 3 anni è stata pari al 33,9% (contro il 17,8% con placebo) e una riduzione del rischio di progressione di malattia del 47%. “Polo è il primo studio che, nel carcinoma pancreatico, ha stabilito un vantaggio con un farmaco a target molecolare sulla base di una mutazione genetica”, ha spiegato Michele Reni, direttore dell’oncologia medica all’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano e professore associato di oncologia all’Università Vita-Salute San Raffaele. “Si apre così, anche in questa malattia, una strada già percorsa con successo in altre neoplasie, in cui i pazienti ricevono terapie in base alle mutazioni nel profilo genico-molecolare”.
Test per le mutazioni e altre strategie
L’adenocarcinoma pancreatico metastatico è uno dei tumori più problematici, con diagnosi spesso tardive (anche perché è molto complesso arrivare alla diagnosi), un decorso clinico molto rapido e un impatto pesantissimo sulla qualità di vita dei pazienti. Non sono disponibili esami di screening e la malattia si manifesta di solito con sintomi tardivi, quando è già diffusa: solo il 20% dei casi, infatti, a oggi è diagnosticato in fase iniziale, quando si può ancora intervenire chirurgicamente. Nonostante i miglioramenti della chemioterapia e delle terapie di supporto, la prognosi dell’adenocarcinoma pancreatico rimane tra le peggiori tra i tumori solidi.
“La nuova approvazione da parte di Aifa evidenzia la centralità del test per le mutazioni Brca, che dovrebbe essere garantito al momento della diagnosi”, ha commentato Reni. “La positività al test Brca in un paziente di nuova diagnosi condiziona non solo la scelta della terapia, cioè la chemioterapia a base di platino seguita da olaparib, ma permette anche di individuare tempestivamente i familiari portatori della stessa mutazione, inserendoli – se necessario – in programmi di prevenzione e sorveglianza per le diverse neoplasie che possono svilupparsi in conseguenza di una mutazione dei geni Brca”.
Dal punto di vista del mercato, la disponibilità di olaparib è frutto anche della collaborazione – attiva dal 2017 – tra AstraZeneca e MSD (che si chiama Merk nel Nordamerica). Il trattamento è peraltro il primo inibitore di Parp al mondo che viene impiegato per diversi tipi di neoplasia: oltre alle specifiche categorie di pazienti per il tumore al pancreas, infatti, trova applicazione nei tumori ovarici, delle tube di Falloppio, peritoneali, della mammella e della prostata, tipicamente sempre come terapia di mantenimento per tumori in fase metastatica e in presenza della mutazione Brca.


