I partiti dell’ala sinistra del Parlamento europeo spingono nella stessa direzione, benché con una differenza su dove applicare lo stop tra il primo e il secondo emendamento, ma serve il voto della compagine principale a Strasburgo, il Partito popolare europeo, per dare luce verde al blocco. D’altra parte, anche i governi riuniti nel Consiglio stanno valutando forme di intervento per bloccare le app di nudo. “**Il dibattito è molto cresciuto dopo il caso di Grok **- commenta a Wired Brando Benifei, eurodeputato del Partito democratico e relatore dell’AI Act, a margine del World AI Cannes Festival, un evento sull’AI nella città francese nota per la festa del cinema -. Credo che qualcosa verrà fatto. È un tema su cui c’è già il favore di diversi governi”.
La rottura tra Europa e Stati Uniti
Il voto sugli emendamenti nelle commissioni parlamentari congiunte per il mercato interno e le libertà civili (le stesse coinvolte nella prima stesura dell’AI Act) è fissato per il 18 marzo, con l’obiettivo di chiudere il negoziato con il consiglio entro l’estate. “Sono fiducioso – dice Benifei -. Alla luce delle posizioni americane c’è la volontà in Parlamento di avere una maggioranza europeista che difenda i nostri valori e le nostre regole”.
La frattura tra le due sponde nell’Atlantico si rispecchia anche nei negoziati per l’accordo commerciale sui dazi tra Stati Uniti e Unione europea. Il 24 febbraio il Parlamento vota la sua proposta, già sostenuta da popolari, socialisti e liberali (dunque, con una maggioranza in tasca). Prevede la scadenza dell’accordo al 31 marzo 2028, dunque prima della fine del mandato del presidente Donald Trump, imponendo di negoziare già 2027 un rinnovo.
E poi si porta dietro una serie di clausole di sospensione. La prima: l’accordo salta in caso di ricatto prolungato sulle legislazioni europee o di minacce alla sovranità territoriale di uno stato europeo. Leggi: giù le mani dai pacchetti digitali che vi infastidiscono, come il Digital services Act, e guai a parlare ancora di annettere la Groenlandia. La seconda clausola, spiega Benifei, è “una scadenza automatica, per cui non serve neppure una azione della Commissione europea. Se a 6 mesi dall’approvazione dell’accordo se gli americani non hanno risolto la questione tuttora pendente per cui i derivati dell’acciaio, ossia tutti i prodotti industriali che contengono acciaio esportati dall’Europa verso gli Stati Uniti, hanno un dazio al 50% invece che al 15%, come dovrebbe essere, l’accordo salta”.
Secondo le attuali intese tra Bruxelles e Washington, i prodotti industriali che contengono acciaio e alluminio dovrebbero essere tassati al 15%, anziché al 50% imposto alla materia prima. Un distinguo che gli Stati Uniti stanno ignorando. Con gravi conseguenze per chi esporta macchinari (come l’Italia). Vedremo se la proposta del Parlamento troverà casa. Certo è che, dall’acciaio all’AI, l’Europa cerca scudi contro il martello americano.


