Che cos’hanno in comune Mark Zuckerberg e Fabrizio Corona? Apparentemente nulla, si dirà. Molto, invece, secondo il sociologo Manolo Farci, docente di Studi culturali e di genere all’università Carlo Bo di Urbino e autore di Quel che resta degli uomini (nottetempo), saggio che affronta il tema della mascolinità contemporanea, intrecciando storia, politica, cultura digitale e relazioni.

È dalla crisi del maschio e in un vuoto ancora difficile da colmare che scaturiscono, s’intrecciano e si alimentano i due immaginari agli antipodi di cui sopra: “Da un lato c’è il ritorno a codici di virilità molto antichi, come quelli rappresentanti dalla figura di Corona o dei fratelli Tate; allo stesso tempo, a capo del mondo abbiamo i nerd, quelli che negli anni ‘80 e ’90 erano chiusi nelle loro stanze a programmare”. Questi informatici (un tempo) solitari e quasi alienati erano stati abilmente descritti già nel 1997 dalla loro collega Ellen Ullman, nel libro Accanto alla macchina, la mia vita nella Silicon Valley (pubblicato in Italia da minimumfax nel 2018). “Ullman raccontava come questa esigenza di immergersi negli ambienti digitali, da parte dei colleghi maschi, era spesso motivata dal piacere di dominare il sistema, e di ritrovare un predominio attraverso lo strumento. Un passaggio che restituiva un senso di controllo sul mondo, una gratificazione che lei definiva quasi ‘masturbatoria’”.
L’algoritmo, insomma, proprio come la forza fisica, diventa(va) un linguaggio in grado di garantire controllo sul mondo e, allo stesso tempo, distacco emotivo. Dai men influencer ai tecnocrati della Silicon Valley, il messaggio oggi è lo stesso: dominare il caos con regole semplici, hackerando il sistema. “Anche se molti non incarnano il maschio alfa muscoloso (non inizialmente almeno, poi spesso alcuni di loro si riscoprono novelli body builder, ndr), esprimono una forma di virilità fondata sulla padronanza: è la logica dietro a figure come Elon Musk, Peter Thiel e Mark Zuckerberg, e cioè l’idea che il mondo, troppo caotico per la democrazia, debba essere governato da pochi geni maschi attraverso dati e algoritmi”.
La solitudine tra noi
“Non ho mai avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?” La citazione che molti di voi avranno riconosciuto, e quasi certamente amato, è tratta dal film anni ‘90 Stand by me, manifesto sentimentale dell’amicizia più pura e profonda (quella della preadolescenza, appunto). Ma non è solo una indimenticata frase struggente, secondo Farci. Per lui, infatti, all’origine di molte dinamiche associate oggi alla cosiddetta “mascolinità tossica” c’è anche questo: considerare i rapporti autentici come un retaggio dell’infanzia, un privilegio da età dell’innocenza mai più recuperabile. “La solitudine è un problema di salute pubblica”, osserva il sociologo, “che, stando ad alcuni studi, ha gli stessi effetti di fumare quindici sigarette al giorno”. Fa male sia psicologicamente sia fisicamente, insomma, ma perché agli uomini “di più”? “Non perché siano più soli delle donne – anzi, i dati ci dicono il contrario – ma per come rispondono alla solitudine”. Un discorso che non ha nulla di assolutorio: “Il fatto che molti uomini soffrano non vuol essere una “scusante” per alcuni loro comportamenti sbagliati, anzi. Ciò che dovremmo fare, però, è imparare a riconoscere determinate problematiche perché producono esiti diversi. Ad esempio, è dimostrato che gli uomini soli si abbandonano più di frequente a comportamenti autodistruttivi, vessatori, a dipendenze e ad episodi di rabbia e violenza”.
L’amicizia “spalla-a-spalla”
La sociologia definisce l’amicizia maschile in questo modo, perché è più spesso legata allo stare insieme per “fare insieme cose”, piuttosto che a condividere fragilità, paure e desideri. “E quando carriera, famiglia e status diventano centrali, le reti amicali finiscono sullo sfondo”, sottolinea il sociologo Manolo Farci. Si tratta di uno dei classici della mascolinità deviata, “che si misura più su ciò che si diventa, che sui legami”. Ma con quali conseguenze? “L’effetto è che si finisce per concentrare tutto il proprio mondo emotivo nella relazione sentimentale – o nella sua aspirazione, come nel caso degli incel – trasformando la partner in una sorta di manager dell’equilibrio mentale. Così, quando la relazione vacilla o si interrompe, crolla anche l’equilibrio psicologico”. Eppure, ricorda lo studioso, non è sempre stato così: prima dell’affermarsi dell’omofobia – tra fine Ottocento e inizio Novecento – c’è stato un tempo in cui i maschi non avevano paura di parlare ed esprimere sentimenti tra di loro (abbiamo tutti letto I dolori del giovane Werther, no?), e neanche di manifestare i propri slanci di affetto. “Oggi, invece, insegniamo ai maschi a mantenere una distanza emotiva e fisica per evitare che una sincera amicizia possa essere confusa per coinvolgimento sessuale”. Ed è per questo che già nell’adolescenza gli abbracci vengono sostituti dai frettolosi “ciao bro”.
Tuttavia, in Inghilterra e in Australia vengono oggi proposte diverse iniziative che insegnano – anzi: reinsegnano – ai ragazzi a costruire veri legami di amicizia tra di loro. Con il duplice vantaggio di liberare così anche le donne dal carico di cura affettivo (chiamato “mankeeping“) e dai rischi che la sua vulnerabilità comporta.
La rabbia verso le donne
Per capire come mai lo scontro uomini vs. donne si sia fatto oggi così violento, Farci invita a guardare indietro. L’idea moderna di mascolinità nasce tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, mentre prima esistevano ruoli maschili diversi ognuno associato a specifiche virtù: “È con l’Ottocento che la mascolinità diventa un ideale intrinseco e non basta più essere maschi, ma anche dimostrarlo”. Il Novecento segna il primo grande momento di rottura: i movimenti per i diritti civili, le lotte femministe, la rivoluzione sessuale e, persino, la società dei consumi iniziano a scalfire quel modello. “Negli anni Settanta e Ottanta il corpo maschile entra nella pubblicità come oggetto da mostrare, non più solo come corpo che agisce”. Gli uomini, potremmo dire, iniziano a fare la skincare, ma questo cambiamento si limita a un fatto(re) estetico e non sostanziale. Il risultato è che ancora oggi viviamo in una “terra di mezzo”, in cui soprattutto gli adolescenti ricevono messaggi contraddittori e faticano a orientarsi: da un lato gli influencer che esaltano la prestanza fisica e l’ipercompetizione; dall’altro serie TV e narrazioni che celebrano maschi sensibili e decostruiti. I dati mostrano che molti ragazzi sanno che i modelli tradizionali non funzionano più, ma vivono in una società che continua a premiarli. “Perché mentre alle giovani donne si dice che possono essere tutto, ai loro coetanei si ribadisce che devono essere sempre e solo maschi”.


