Umberto Eco era nato nel 1932 ad Alessandria. E il legame con la sua città di origine è una delle chiavi per capire il suo mondo letterario, insieme alla sua passione per la storia che diventa scienza nella sua opera. Alessandria era per lui il paradigma di una provincia profonda e solitaria: in Baudolino la cifra storica incontra la malinconia nostalgica di chi dalla provincia è uscito fino ad aprire la sua vita sul mondo. “Io sono nato in una terra disseminata di borghi e qualche modesto castello – dice di sé il protagonista del romanzo nelle prime pagine – , dove sentivo decantare da qualche mercante di passaggio le bellezze dell’urbis Mediolani, ma che cosa fosse una città non sapevo, non avevo raggiunto neppure Terdona, che ne vedevo le torri da lontano, e Asti o Pavia le credevo ai confini del Paradiso Terrestre”. Non è difficile ritrovare in queste parole la prospettiva dell’autore stesso anche quando più avanti descrive “quei blocchi grigiastri che ogni tanto ti vengono incontro sulla strada, t’avviluppano tutto sino a che non vedi più nulla, e poi ti oltrepassano e se ne vanno come se n’erano venuti (…) perché chi nella nebbia c’è nato ci si ritrova sempre come a casa sua”. Il percorso che ha portato Eco dalla provincia ai vertici della cultura mondiale passa attraverso gli ambienti intellettuali più vivaci degli anni Cinquanta e Sessanta: il lavoro in Rai, la collaborazione con diversi giornali (tra cui L’Espresso, Il Giorno, La Stampa, il Corriere della Sera e più tardi La Repubblica e il Manifesto), il mondo dell’editoria e soprattutto l’Università. Un cumulo di esperienze e di contatti che presto gli consentirono di entrare nel circuito internazionale dell’intellighenzia. È dal 1975 che ricopre a Bologna la cattedra di semiotica, disciplina di cui Eco fu forse il maggior interprete. Sempre a Bologna negli anni 1976-’77 e 1980-’83 diresse l’Istituto di Discipline della Comunicazione e dello Spettacolo. E nel 1993 fu direttore del nuovo corso di laurea in Scienze della Comunicazione, che divenne un punto di riferimento per le nuove generazioni di creativi.
Intellettuale al servizio della letteratura
Gli innumerevoli saggi, gli interventi a conferenze internazionali, le raccolte di articoli, gli scritti che spaziano dalla filosofia del linguaggio all’estetica, alla storia medievale e all’arte. E su tutto un carosello infinito di riconoscimenti ad alto livello, a partire dalle 40 lauree honoris causa nelle più paludate università del mondo. E citare le opere che gli hanno valso questi riconoscimenti sarebbe decisamente troppo lungo. Ma vale la pena soffermarsi sull’opera Sei passeggiate nei boschi narrativi, un ciclo di lezioni tenute alle Norton Lectures dell’Università di Harvard. Qui, partendo da un confronto con Calvino e il suo scritto Se una notte d’inverno un viaggiatore, Eco descrive il rapporto che si instaura tra autore e lettore e illustra le fasi e la strategia dell’invenzione letteraria nonché l’impronta che questa può lasciare su chi legge. Secondo il professore, il lettore si deve orientare in un “bosco narrativo” facendo delle scelte o comunque chiedendosi a ogni pagina quali saranno le strade che la narrazione gli proporrà: “questa libertà viene goduta proprio perché – in forza di una millenaria tradizione, dai miti primitivi alla moderna novella poliziesca – in genere il lettore si dispone a fare le proprie scelte nel bosco narrativo presumendo che alcune siano più ragionevoli di altre”. Il rapporto tra il lettore e il romanzo corre parallelo, secondo Eco, al rapporto con la storia e con le storie, e a quello con la vita, tanto che “leggere racconti significa fare un gioco attraverso il quale si impara a dar senso alla immensità delle cose che sono accadute e accadono e accadranno nel mondo reale. Leggendo romanzi sfuggiamo all’angoscia che ci coglie quando cerchiamo di dire qualcosa di vero sul mondo reale. Questa è la funzione terapeutica della narrativa e la ragione per cui gli uomini, dagli inizi dell’umanità, raccontano storie. Che è poi la funzione dei miti: dar forma al disordine dell’esperienza”. E per dare al lettore la possibilità di crearsi una propria strada, l’autore può ricorrere a diversi espedienti: gli “indugi narrativi” servono a creare suspence, e a lasciare che nella mente di chi legge si disegnino percorsi alternativi. Aristotele “aveva già prescritto che nell’azione tragica la catastrofe e la catarsi finale fossero precedute da lunghe peripezie”; Dumas si avvale di lunghi dialoghi per “dilazionare l’arrivo di una soluzione drammatica”; e poi Manzoni, maestro “nel mescolare la sua narrazione a subitanei, sornioni appelli ai suoi lettori”. L’incontro di don Abbondio con i bravi è illuminante in questo senso: dopo che il curato ha visto gli sgherri, l’autore “impiega alcune pagine, ricche di particolari storici, a spiegarci chi erano a quel tempo i bravi. E poi quando ce lo ha detto, rimette in scena don Abbondio ma non lo fa incontrare coi bravi. Indugia ancora”. In questo modo il lettore è invitato a “fare una passeggiata nel bosco narrativo”. Un espediente, quello della digressione storica, o comunque colta, sicuramente caro allo stesso Eco, che nei suoi romanzi ne fa largo uso.
Scrittore erudito e pop
Il pendolo di Foucault, L’isola del giorno prima, Baudolino, La misteriosa fiamma della regina Loana, Il cimitero di Praga, ma soprattutto Il nome della Rosa: sono tanti i romanzi scritti da Umberto Eco, tutti caratterizzati da una serie di eventi spesso imprevedibili, intricati, pieni di misteri da risolvere, misteri legati alla complessità della vita e ancorati, pur nella fantasia delle vicende, alla storia reale del periodo in cui sono ambientati. In tutti l’espediente narrativo dell’indugio ritorna in forma di digressioni colte e ricche di particolari e di informazioni di tipo storico, scientifico e filosofico, che mettono insieme la capacità di elaborare una trama accattivante con le conoscenze enciclopediche di un intellettuale a tutto campo. Questa capacità raggiunge forse il suo vertice ne Il nome della rosa: le lunghe pagine dedicate alle conoscenze medievali, alla storia dei movimenti eretici, a nozioni di arte e di botanica, alla ricchezza del sapere antico raccolto nelle biblioteche dei conventi si integrano perfettamente nel tessuto di una narrazione avvincente. E non è un paradosso se un’opera così erudita è diventata anche pop: non solo grazie alla versione cinematografica del 1986, ma anche grazie agli oltre 50 milioni di copie vendute che hanno raggiunto i lettori di tutto il mondo.


