“Siamo fatti per vivere in comunità” ha confermato l’attore Sterling K Brown, “Siamo fatti per stare in relazione gli uni con gli altri. Le persone non sono destinate a essere frammentate, spezzate e separate. Tutti noi possiamo mettere a frutto le nostre capacità in modo da rendere il mondo un posto migliore: io sono bravo in una cosa, un altro in un’altra e così via, e insieme usiamo le nostre competenze per sostenere tutti, non solo noi stessi ma il gruppo nel suo insieme. Penso che la serie metta in evidenza proprio questo”. Altri episodi monografici confermano la natura antropocentrica di Paradise, approfondendo di volta in volta il passato di Annie e di un’altra new entry di nome Gary, e di volti già noti, dalla sociopatica Jane, alla coppia formata da Teri e Xavier. Mentre nel bunker le tensioni sociali e politiche si fanno più aspre, si configura una lotta ai vertici al femminile che vede Sinatra, Jane e Gabriela condurre il gioco. Man mano che i loro destini di intrecciano, la Paradise del titolo si rivela sempre più fondata su un’illusione di potere e stabilità. “Non si è mai trattato solo del bunker”, diceva Sinatra, e di fatti con l’espandersi dello show diventato più ambizioso, l’universo narrativo allargato si spinge anche strutturalmente oltre, alternando episodi character centric a plot driven, inserendo flashback e repentini cambi di tempo e luogo, e cercando di mantenere alto il livello di interesse del pubblico anche dopo aver abbandonato la formula del whodunnit.
Al suo posto, la linea narrativa del bunker si fa sempre più thriller politico mentre quella della superficie è un road “movie” postapocalittico. Questa apparente schizofrenia può non piacere a chi ha apprezzato l’unità di tempo e luogo degli esordi di Paradise, ma la scrittura è matura tanto da rendere fluida e appassionante la narrazione. L’analisi dei personaggi resta il punto forte di uno show che, talvolta, assume toni melodrammatici al limite della soap, specialmente quando si concentra su Xavier e la sua evoluzione da eroe stoico a guerriero segnato e indurito. Un uomo che “si fa molti meno problemi” a optare per soluzioni estreme, come noterà qualcuno a lui vicino. La Nicholson è sempre molto brava, e siamo sicuri che il cliffhanger (di nuovo) della seconda stagione condurrà a una terza volta a esplorare gli anfratti più reconditi e fragili della sua personalità. Una terza stagione, quasi sicura (lo stesso Fogelman aveva anticipato un trittico) fa di questa un’annata preparatoria: dopo aver presentato il bunker e dopo aver presentato la superficie, Paradise è destinata a registrare lo scontro tra i due mondi. Allora le cose avranno il potenziale per farsi davvero interessanti. Dove la più che decorosa Paradise mostra la sua debolezza è nel confronto: là fuori, al momento, ci sono serie “analoghe” che sfiorano il genio come Fallout.



