È un’elettrificazione che ragiona, non che pretende. Tra Schliersee e Oberaudorf il paesaggio cambia. La Q5 non cambia affatto, e questa è la sua virtù: mantiene compostezza anche quando le strade si stringono, quando la neve compare ai lati, quando la temperatura scende verso lo zero. La sentiamo “apollinea” perché interpreta il viaggio come un ordine naturale: osserva, reagisce, compone. Il pranzo bavarese al Feuriger Tatzlwurm, poco prima del confine, introduce una pausa quasi folkloristica: legno chiaro, stube calde, l’idea che la tecnica non sia un opposto alla tradizione, ma un suo prolungamento.
La RS3 sulla neve: la tecnica come educazione
La parte intermedia del viaggio — il corso neve dell’Audi driving experience a Saalbach — è un capitolo a sé. Qui entra in scena la Audi RS3, con il suo iconico 5 cilindri e il** torque splitter** gestito da una centralina unica che governa trazione, stabilità e coppia sulle singole ruote. Non è un balletto spettacolare: è un esercizio di sensibilità.
Il drift non viene insegnato come virtuosismo, ma come linguaggio tecnico. Si impara che il sovrasterzo è un’informazione, non un capriccio. Che l’auto non va “tenuta”, va ascoltata. La neve diventa un laboratorio di fisica applicata: aderenza, inerzia, trasferimenti di carico. Il torque rear mode, capace di spingere fino al 100% della coppia su una singola ruota posteriore, trasforma ogni scivolamento in una lezione: si sbaglia, si corregge, si impara. La RS3 non rende migliori piloti: rende più consapevoli i guidatori.
Il ritorno: SQ5, la Dionisiaca
Il viaggio di ritorno ribalta l’equilibrio. Saltiamo sulla Audi SQ5 Sportback, V6 3.0 TFSI da 270 kW (367 CV). Se la Q5 era la forma, la SQ5 è il gesto: piena, intensa, quasi teatrale. Nelle parti più scorrevoli dell’autostrada verso Monaco la lasciamo salire di velocità: la progressione è un arco teso, una linea che finalmente smette di essere timida. Il V6 vibra con un tono che ricorda l’antica idea romantica della potenza come espressione dell’individuo.



