“È una rappresentazione edulcorata del problema”, commenta Cartabellotta. “Si elimina proprio la parte più critica della coda, quella che incide maggiormente sulla vita delle persone”. E manca l’informazione più semplice e decisiva per i cittadini: quale percentuale viene realmente erogata per ogni prestazione entro i tempi massimi previsti per ciascuna classe di priorità.
Gli esempi analizzati da Gimbe sono indicativi. Per prestazioni molto diffuse come la prima visita oculistica o l’ecografia dell’addome completo, metà dei pazienti rientra nei tempi, ma una una quota consistente no. “Esiste una vera e propria lista d’attesa invisibile dove resta intrappolata una persona su quattro“, spiega il presidente di Gimbe.
La lista d’attesa invisibile e il prezzo pagato dai cittadini
Quella coda invisibile ha conseguenze concrete. Chi aspettata troppo, spesso paga di tasca propria o rinuncia del tutto alla prestazione. “È un fenomeno che trova riscontro nei dati Istat“, ricorda Cartabellotta, sottolineando che “nel 2024, 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria”.
Un segnale che va letto insieme a un altro dato emblematico: nel 2025 solo il 34,9% dei cittadini ha accettato la prima disponibilità proposta dal Cup per una visita specialistica, e il 39,9% per un esame diagnostico, escludendo l’intramoenia.
“Se due cittadini su tre rifiutano una visita e tre su cinque un esame, significa che l’offerta proposta dal sistema spesso non è realmente accessibile o accettabile”, osserva Cartabellotta. Le ragioni possono essere molte – tempi troppo lunghi, sedi lontane, orari incompatibili – ma la piattaforma non le documenta, rendendo impossibile qualsiasi intervento mirato.
Intramoenia: da opzione a corsia preferenziale
Incrociando i dati disponibili, Gimbe stima che circa il 30% delle prestazioni venga erogato in intramoenia. Per alcune visite ed esami ad alto volume si supera stabilmente questa soglia. “L’intramoenia, da opzione individuale, è diventata una corsia preferenziale per accedere alle prestazioni quando il canale Ssn non garantisce tempi accettabili”, afferma il presidente. Un meccanismo che finisce per accentuare le disuguaglianze e svuotare progressivamente il principio di universalità del Servizio sanitario nazionale.
Per la Fondazione Gimbe, il problema va ben oltre la piattaforma o i decreti mancanti. “Le liste d’attesa sono un sintomo del grave e progressivo indebolimento del Ssn”, conclude Cartabellotta. Servono investimenti strutturali sul personale, riforme organizzative, una trasformazione digitale reale e misure efficaci per ridurre la domanda inappropriata di prestazioni.
“Finché la strategia resterà centrata su adempimenti formali e reportistica incomprensibile – avverte – il cittadino continuerà a pagare di tasca propria o a rinunciare alle cure” e il dl liste d’attesa rischierà di restare ciò che è per ora: una promessa mancata, mentre la coda invisibile continua ad allungarsi.


