Highlander dopo 40 anni continua ad essere un oggetto cinematografico unico. Uscito in sala per la prima volta il 7 marzo del 1986, a dispetto dell’accoglienza deludente al botteghino, diventò un oggetto di culto, uno dei simboli supremi di quegli anni ‘80. Una legacy su cui molti continuano ad interrogarsi, fatta di nostalgia, fascinazione per quest’avventura fatta di spade e decapitazioni.
Ne resterà soltanto uno…
Highlander tra poco tornerà tra di noi, in un remake con Henry Cavill, Russell Crowe e Dave Bautista e tutti si chiedono se riuscirà ad essere all’altezza del primo film, che arriva nelle sale per la prima volta quel 7 Marzo del 1986. Fu un fiasco al botteghino inizialmente ma, miracoli dell’home video di una volta, si rifarà ampiamente sul piccolo schermo, tanto da portare alla realizzazione di tantissimi sequel, una serie televisiva tra le più iconiche degli anni ‘90, romanzi e chi più ne ha più ne metta. Highlander nasce grazie a Ridley Scott, strano ma vero. Il futuro regista de Il Gladiatore e Napoleon firmò nel 1977 con I Duellanti, uno dei debutti più spettacolari di sempre. Gregory Widen, mentre stava studiando drammaturgia alla UCLA, per un esame si ispirò a quella storia di due uomini impegnati in un duello infinito, la raffinò rammentandosi dei suoi viaggi in Scozia e a Londra, tra castelli, armature e spade.
Se un uomo solo avesse vissuto attraverso i secoli, che gli sarebbe successo? Quello spunto sarebbe poi diventato un film capace di racchiudere dentro di sé tutta la potenza di un’epoca culturale, artistica, priva di mezze misure, prudenza o equilibrio, ma proprio per questo ancora oggi così memorabile. Gli anni ‘80 erano il decennio dell’individualismo, di eroi invincibili, potenti, testosteronici e pieni di certezze. Avevano il volto di Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger o Bruce Willis. Ma Connor MacLeod, montanaro della Highlands scozzesi del XVI secolo, finito nella New York 1985 a decapitare a colpi di spada un misterioso nemico, era diverso. Highlander doveva avere come protagonista Kurt Russell, poi si pensò a Mickey Rourke, Micheal Douglas, Kevin Costner… quando però il regista Russell Mulcahy vide Lambert in Greystoke – La leggenda di Tarzan, capì di aver trovato il suo uomo.
Capelli lunghi, sguardo tormentato, Lambert non parlava assolutamente una parola di inglese, ma lo imparò per quel ruolo, che avrebbe reso lui, davvero, un immortale. MacLeod lo vediamo poi mortalmente ferito in battaglia secoli prima da un misterioso e gigantesco cavaliere, tale Kurgan (Clancy Brown), che pare avercela specificatamente con lui. Muore e rinasce come niente fosse, terrorizzando tutti e venendo esiliato perché accusato di essere un demone. Trova una nuova casa, una moglie (Heather MacDonald), ma l’illusione di essere un uomo normale sparisce quando fa la sua comparsa lui: Juan Sánchez-Villalobos Ramírez (Sean Connery). Sarà lui a spiegare a MacLeod e a noi, in quel 1986, dell’esistenza degli Immortali, tali almeno finché non sono decapitati, della ricompensa che spetterà all’ultimo rimasto. Highlander si diverte a giocare con la storia, i secoli, le culture, a portarci fino a quella New York del XX secolo.
Il world building del film è uno dei più sfacciati e originali di quegli anni, si appoggia su una caratterizzazione visiva sovente oscura, malinconica, violenta, altre volte invece ironica e tenera. Si strizza l’occhio ai samurai, al loro codice d’onore, al cinema di Akira Kurosawa e soci. Ma Highlander esce in un decennio in cui il genere fantasy ha guadagnato terreno in modo preponderante. Da Conan il barbaro di John Milius, che ha dato il via, poi ecco che è stato tutto un fiorire di spade, creature fantastiche, guerrieri mitici. Ladyhawke, Legend, Excalibur, La storia infinita, Scontro di titani e tanti altri ne seguiranno. Quello è anche il decennio di He-Man, di Kenshiro, de I cavalieri dello Zodiaco. Meravigliosa contraddizione questo unirsi di fantasia dal sapore antico, mentre la tecnologia diventa sempre più centrale. **Highlander **ci parla di un eroe deciso non a dominare il mondo, ma costretto a ricostruire la sua vita pezzo dopo pezzo tantissime volte.
Un film che racchiudeva in sé lo spirito di un decennio
Connor non ama l’immortalità, la solitudine che essa porta con sé, vivere per sempre significa sopravvivere alle persone amate, non godersi mai veramente qualcosa. La parte migliore del film, la più profonda, è quella in cui Ramirez e MacLeod si conoscono, in un rapporto maestro-allievo che strizza l’occhio a Karate Kid. Ma c’è molto di Platone, di Heidegger, Nietzsche e Hobbes nel film, che parla di trascendenza, esistenzialismo, stoicismo. A perfetto contraltare di tutto ciò, troviamo lui: Kurgan. Brown ci regalò l’essenza stessa di una malvagità per la quale però era impossibile non provare una fortissima attrazione e quasi ammirazione. Kurgan come villain ha lasciato una traccia indelebile, capace di influenzare tanti altri universi narrativi. Egli è la negazione di Ramirez e di ciò che sarà Connor, è uno spirito del caos, il volto dell’umanità e dei condottieri che la plasmano, innamorati del potere, della conquista.



