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Con L’uomo che fuggì dal futuro George Lucas 55 anni fa ci regalò un gioiello che è tutto da riscoprire

di webmaster | Mar 11, 2026 | Tecnologia


L’uomo che fuggì dal futuro è uno di quei film dimenticati che avrebbero meritato molta più attenzione, fortuna e considerazione. Uscito in sala per la prima volta quell’11 marzo del 1971, fu il primo acuto di George Lucas, che di lì a poco avrebbe cambiato la storia del cinema e della fantascienza. Dopo 55 anni è diventato se possibile ancora più attuale.

Uno sguardo dentro l’America distrutta degli anni ’70

Difficilmente troverete nel mondo del cinema scifi un film che possa ambire al titolo di più incompreso di L’uomo che fuggì dal futuro di George Lucas. Si trattò di un’opera prima dentro cui il futuro creatore di Star Wars sparse a piene mani riferimenti, omaggi, una forte sperimentazione e soprattutto l’idea di un cinema che parlasse, in modo palese, delle problematiche legate alla sua generazione, a quell’America in cui si faceva fatica a trovare un senso, un qualcosa in cui riconoscersi. Film sofferto, ma anche vitale e puro, quello di Lucas, sostanzialmente una rielaborazione di un corto, Electronic Labyrinth: THX 1138 4EB, che lui stesso aveva realizzato ai tempi degli studi alla UCLA. Ma non è possibile parlare di L’uomo che fuggì dal futuro senza fare il nome di Francis Ford Coppola, che si offrì di produrre il film con la sua American Zoetrope.

La sceneggiatura venne perfezionata da Lucas assieme a Walter Murch, che poi sarà anche il montatore del film. Fatica da Sisifo, i due fanno le ore piccole, e George Lucas pensa a come girare questa storia strana, inquietante, ambientata in un futuro in cui l’umanità è costretta a stare sottoterra, e divisa secondo principi classisti a dir poco assolutistici. Le magnifiche scenografie di Michael D. Haller si uniscono alle location suggestive di San Francisco, tra metropolitane, laboratori, aeroporti, utilizzate per guidarci in un mondo asettico, tecnologicamente opprimente, alienante e robotizzato. Lì è dove facciamo la conoscenza di THX 1138 (Robert Duvall), uno degli abitanti di quel formicaio umano. Come tutti gli altri, anche lui è tenuto a bada con droghe, pornografia, manipolazione e condizionamento mentale, al fine di privarlo di ogni passione, sentimento, istinto, tenerlo perfettamente sotto controllo ed efficiente.

Highlander

Il 7 marzo del 1986 usciva nelle sale il film di Russell Mulcahy, capace di ridefinire il genere, sconfiggere il tempo e diventare davvero immortale

L’uomo che fuggì dal futuro ci mostra lui e gli altri rasati, biancovestiti, paurosi e quasi ignari come bambini del mondo che li circonda e dell’età adulta. Tutto ciò che conoscono è ciò che gli viene detto, tutto ciò in cui devono credere dipende da una strano Dio OMM 0910 loro somministrato, da codici e regole che, se infranti, portano con sé dolore, percosse, stigma sociale e anche “riprogrammazione”. THX però è diverso dagli altri, è curioso, è ancora dotato di una capacità di analisi indipendente e soprattutto di sentimenti. Quello che lega lui e LUH 3417 (Maggie McOmie) è pericoloso per l’autorità, è da eliminare ed è su questo che George Lucas fa leva per parlarci di una fuga, disperata, claustrofobica, adrenalinica, che citando in modo palese il mito della Caverna di Platone, porterà THX a superare ogni ostacolo e pericolo, pur di raggiungere la superficie.

L’aspetto più intrigante de L’uomo che fuggì dal futuro è come George Lucas riesca ad inserire due diverse anime all’interno dello script. Da un lato abbiamo una critica serrata, inappuntabile, ad una società descritta come un prodotto capitalistico, in cui la democrazia è cessata e gli individui non hanno nomi ma numeri, e la loro unica funzione è quella di aiutare il sistema stesso come schiavi. La tecnologia non ha creato solo i robot che li perseguitano, futuristici mezzi di trasporto, ologrammi, si è letteralmente sostituita al loro libero arbitrio, alla loro personalità. Eravamo in un’era in cui l’America era preda di fortissime conflittualità sociali, e dove molti temevano anche una svolta autoritaria, sublimata dalla repressione poliziesca verso il fronte antagonista, da una Guerra del Vietnam che distruggeva ogni illusione. L’incubo nucleare, la corsa alla conquista dello spazio, tutto questo aveva portato a un’accelerazione tecnica, a cui però non si era aggiunta quella morale, delle istituzioni, della società.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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