Il 63% dei giovani europei si imbatte in fake news, notizie false, più di una volta a settimana, secondo un recente studio della Commissione. E da noi Italia, il 51% dei ragazzi usa quotidianamente WhatsApp, Instagram e TikTok come principale fonte di informazione, e quasi uno su tre mette like a notizie che sa essere false. Sono i numeri che fanno da sfondo alla proposta di legge approvata al Senato la scorsa settimana e che ha ufficialmente istituito una commissione parlamentare di inchiesta sulla diffusione intenzionale e massiva di informazioni false attraverso la rete internet. Le cosiddette fake news, insomma.
Una commissione che serve per proteggere la democrazia
“Noi siamo stati abituati a informarci attraverso i media tradizionali. I ragazzi si informano tramite i social, dove ci sono anche tante cose false” spiega a Wired Italia Raffaella Paita, capogruppo al Senato di Italia Viva, che ha firmato l’idea della commissione sulle fake news.
Ma il tema non è solo la diffusione, per quanto pericolosa, di contenuti virali falsi, non verificati, complottisti e quant’altro sui social network utilizzati come mass media: la relazione che accompagna la proposta infatti è esplicita e parla di ancor più pericolosi soggetti stranieri — statali e privati — avversi all’Unione europea, che stanno sistematicamente usando le piattaforme digitali per interferire nei processi democratici degli stati membri, con picchi di intensità in prossimità di elezioni.
Cina, Russia, Iran, Corea del Nord: i nomi citati anche recentemente dal dipartimento delle Informazioni per la sicurezza sono quelli di sempre (ma in aula il Movimento 5 stelle ha citato anche Israele e Stati Uniti con i casi di Eternit e degli Epstein files). Le tecniche, però, sono sempre più evolute e oggi includono deepfake, campagne di dossieraggio e manipolazione personalizzata dei feed. Tutti strumenti su cui il Parlamento finora ha trovato solo parzialmente delle contromisure efficaci.
Come funzionerà la commissione d’inchiesta
La commissione sarà composta da sedici senatori, nominati dal presidente del Senato in proporzione alla consistenza dei gruppi parlamentari. Avrà poteri di indagine analoghi a quelli dell’autorità giudiziaria. L’ipotesi più realistica è una prima riunione operativa tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, praticamente a un anno dalla fine della legislatura, ma anche a pochi mesi dall’inizio di una campagna elettorale che già si preannuncia infuocata e piena di colpi bassi a livello di trasparenza e correttezza dell’informazione.
Paita è pragmatica: “C’è un anno di tempo per lavorare. Non è moltissimo, però in un anno, se lavori bene tutte le settimane, puoi fare un grosso lavoro”. I temi sul tavolo spaziano dall’hate speech online all’alterazione dell’identità digitale — con attenzione particolare alle donne — fino alla questione del cosiddetto dossieraggio, parzialmente già affrontata dalla Commissione antimafia. Un punto fermo su cui la senatrice insiste è che la commissione non avrà il compito di stabilire cosa è vero e cosa è falso: “Tutelare il diritto di cronaca è assolutamente nella logica che mi ha portato a presentare questa iniziativa”.

