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Guerra in Iran, ecco come rischia di far lievitare i prezzi sugli scaffali dei negozi

di webmaster | Mar 13, 2026 | Tecnologia


In una normale giornata al largo del Golfo persico, lo stretto di Hormuz è uno dei colli di bottiglia più trafficati del pianeta. Del centinaio di navi che attraversano quotidianamente l’angusta via d’acqua tra Iran, Oman ed Emirati Arabi Uniti, metà sono petroliere che trasportano il 20% del greggio mondiale, mentre l’altro 50% è composto da portacontainer con a bordo beni industriali, portarinfuse che movimentano materie prime come grano e metalli e navi specializzate che spostano gas e altri prodotti.

Dal 28 febbraio in poi però le giornate hanno smesso di essere normali. La guerra in Iran, iniziata dagli Stati Uniti e da Israele, ha ormai coinvolto quasi tutte le nazioni del Medio Oriente provocando uno stallo commerciale nello stretto. Negli ultimi giorni da Hormuz è transitata solo una manciata di navi, mentre gli attacchi iraniani alle navi da carico e le offensive americane alle posamine di Teheran si intensificano.

L’impatto economico della guerra in Iran

Le ripercussioni si estendono ben oltre il braccio d’acqua, soprattutto se il conflitto si protrarrà per altre settimane, come sottolineano gli esperti di logistica e di navigazione. Oltre all’aumento dei prezzi alla pompa di benzina a cui stiamo assistendo in questi giorni, a lungo termine la guerra rischia di produrre rincari anche sugli scaffali dei negozi.

Le modalità con cui questo processo si innesca sono però complicate e non sempre chiare. Il Medio Oriente rappresenta una piccola frazione della catena di approvvigionamento globale e più di tre quarti dei beni esportati dall’area provengono da quelli che gli addetti ai lavori chiamano fornitori di terzo livello (Tier 3), secondo i dati raccolti da Marsh, una società che si occupa di intermediazione assicurativa e gestione dei rischi. Si tratta di realtà che si trovano più a valle nella catena e forniscono soprattutto materie prime che vengono poi trasformate in prodotti che a loro volta sono consegnati a un altro fornitore più in alto nella filiera, che li combina per creare componenti; a quel punto un ulteriore fornitore, ancora più in alto nella catena, assembla i vari componenti per creare un prodotto finito.

Per questo motivo, i materiali che non riescono a uscire dal Medio Oriente in questo momento non sono generalmente prodotti che i consumatori trovano sugli scaffali dei negozi. Marsh riferisce che tra i prodotti di esportazione più importanti fermi per via della guerra ci sono sostanze chimiche (come lo zolfo, usato per produrre fertilizzanti), la plastica, strumenti di precisione, macchinari, parti elettriche, alluminio e componenti elettronici, tra cui transistor e diodi. In particolare, il blocco dei fertilizzanti potrebbe rivelarsi deleterio soprattutto per gli agricoltori (e, in ultima analisi, per i consumatori) nell’emisfero boreale con l’inizio della stagione vegetativa.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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