L’unione di Andy Weir (autore del romanzo da cui è tratto il film), Drew Goddard (che ha scritto la sceneggiatura, e aveva già adattato un’altra sua storia, The Martian) e Chris Miller e Phil Lord alla regia (i registi di The Lego Movie e sceneggiatori di Spider-Man: Un nuovo universo) ha creato un film che, si può dire già ora, merita di stare insieme ai grandi esempi del genere. Project Hail Mary appartiene al filone della fantascienza d’esplorazione, quella di Interstellar, Arrival e The Martian, in cui non c’è un nemico da combattere ma il protagonista si batte contro l’ignoto per scoprire qualcosa. Stavolta a essere raccontata è sostanzialmente una ricerca scientifica, come se fosse un’avventura. Ci riesce con un lavoro eccezionale sui dialoghi, capaci di rendere divertenti ed esaltanti passaggi altrimenti noiosi, e dosando bene i flashback che lentamente svelano il mistero di come il protagonista sia arrivato lì.
È un’ambizione molto elevata, riuscire a coinvolgere un pubblico ampio, intrattenerlo e divertirlo moltissimo con la storia di uno scienziato che fa lo scienziato, raccoglie campioni, fa esperimenti, testa delle tesi e attraverso errori e tentativi arriva a una risposta. Riuscire in questo per Project Hail Mary è anche riuscire a essere un film fieramente diverso, uno dei film migliori tra quelli di puro intrattenimento di quest’anno. Là dove siamo abituati a trovare pericolo questo trova speranza, con un senso di fiducia nell’intelletto umano e di gioia nei confronti del lavoro scientifico rinfrescanti. La tradizione, quella dei film come Alien, vuole che la scoperta di una cosa nuova attivi la trama e porti con sé problemi, guai e in certi casi rischio di morte; qui le stesse scene di scoperta ed esplorazione sono invece raccontate con leggerezza, desiderio ed esaltazione attraverso gli occhi appassionati di un ingegnere. L’ignoto non è una minaccia ma una promessa di felicità, la risposta ai problemi. E la scienza è un linguaggio universale, quello delle persone che non hanno paura dell’altro.
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