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Peter Thiel e l’Anticristo, da dove arriva l’ossessione del leader della tecnodestra americana (e chi c’è dietro)

di webmaster | Mar 20, 2026 | Tecnologia


Fin da giovane, Palaver è stato un attivista per la pace. È diventato obiettore di coscienza a 18 anni e all’università ha organizzato poi proteste contro le armi nucleari. Fu durante un corso sulle radici della violenza umana che iniziò a studiare l’opera di René Girard, le cui insolite teorie stavano suscitando scalpore in varie zone d’Europa.

La filosofia apocalittica di Peter Thiel: un glossario

Rivalità mimetica: la violenza che deriva dalla tendenza fondamentale degli esseri umani a imitarsi a vicenda, e in particolare a imitare i desideri altrui. Un concetto chiave per René Girard, la principale influenza intellettuale di Thiel.

Meccanismo del capro espiatorio: il processo attraverso il quale gli esseri umani trovano unità – e sollievo dalla rivalità mimetica –, coalizzandosi contro un bersaglio che viene incolpato di tutti i problemi della comunità. Secondo Girard, dai tempi di Gesù Cristo il capro espiatorio ha fornito sempre meno coesione.

Anticristo: la figura, descritta brevemente nella Bibbia, che introduce la fine dei tempi. Per Thiel e per il teorico nazista Carl Schmitt, la malvagità dell’Anticristo è di fatto sinonimo di qualsiasi tentativo di unificare il mondo.

Apocalisse: per alcuni girardiani, l’esplosione finale di violenza che deriverà dalla rivalità mimetica incontrollata, in un’epoca caratterizzata da armi capaci di distruggere il mondo.

Katechon: termine greco, che compare in due sole frasi della Bibbia per indicare “ciò che trattiene” l’Anticristo e la fine dei tempi. Dopo la seconda guerra mondiale, la visione del katechon di Schmitt prevedeva un mondo frammentato fatto da stati nazionalisti, senza unità globale. Thiel sembra immaginare qualcosa di simile.

L’intuizione centrale di Girard, avrebbe appreso Palaver, è che tutti gli esseri umani sono imitatori, a partire dai loro desideri. “Una volta soddisfatti i bisogni naturali, gli esseri umani desiderano intensamente“, scriveva Girard, “ma non sanno esattamente cosa desiderano“. Così le persone imitano le aspirazioni del loro prossimo più carismatico, “assicurandosi in questo modo vite di perpetua lotta e rivalità con coloro che simultaneamente odiano e ammirano“.

Secondo Girard, questa “mimesi” – l’incessante copiare – aumenta rimbalzando all’interno delle relazioni. Nei gruppi, tutti i membri iniziano a somigliarsi via via che convergono su pochi modelli, scimmiottano gli stessi desideri e competono furiosamente per gli stessi oggetti. E l’unica ragione per cui questa “rivalità mimetica” non sfocia mai in una guerra che vede contrapposti tutti contro tutti è che, a un certo punto, tende a incanalarsi in una guerra che vede tutti contro uno. Attraverso quello che Girard chiamava il “meccanismo del capro espiatorio“, ogni persona si scaglia contro una vittima designata, ritenuta responsabile dei mali del gruppo. Questo meccanismo è così essenziale per la coesione culturale, scriveva Girard, che le narrazioni sul capro espiatorio sono i miti fondativi di ogni cultura arcaica.

Ma secondo Girard l’avvento del cristianesimo segnò una svolta nella coscienza umana, rivelando una volta per tutte che i capri espiatori sono in realtà innocenti e le folle sono depravate. Nella narrazione attorno alla crocifissione, Gesù viene ucciso in un atto atroce di violenza collettiva. Ma a differenza di quasi ogni altro mito sacrificale, questo è raccontato dalla prospettiva del capro espiatorio, e lo spettatore non può fare a meno di comprendere l’ingiustizia.

Con questa epifania, scriveva Girard, gli antichi rituali del capro espiatorio iniziarono istantaneamente a perdere la loro efficacia, dopo essere stati smascherati e screditati. L’umanità non ricava più lo stesso sollievo dagli atti di violenza collettiva; le comunità continuano a cercare capri espiatori, ma con una coesione sempre minore. Ciò che ci attende alla fine della storia, dunque, è la violenza incontrollata, contagiosa e infine apocalittica della rivalità mimetica.

Il lato positivo della narrazione sulla crocifissione, tuttavia, è che offre all’umanità una redenzione morale. Per Girard, la conclusione era chiara: a prescindere dall’esito finale, bisogna rifiutare totalmente il meccanismo del capro espiatorio. L’imitazione rimane ineludibile, ma possiamo scegliere i nostri modelli. E la via maestra, per come la vedeva il teorico, è imitare Gesù, l’unico modello che non diventerà mai un “rivale fascinoso”, conducendo una vita all’insegna della nonviolenza cristiana.

La teoria di Girard divenne quasi immediatamente una stella polare per il giovane Palaver, che ci riconobbe un ponte tra l’attivismo per la pace e la teologia. “Scopri Girard“, dice Palaver, “e improvvisamente hai uno strumento perfetto per criticare tutti i creatori di capri espiatori“. Il giovane attivista aveva già nel mirino alcuni dei principali responsabili.

Nel 1983 – lo stesso anno del primo corso su Girard – il vescovo di Innsbruck cercò di impedire a Palaver di radunare un gruppo di giovani cattolici per organizzare la più grande protesta di sempre contro i missili americani in Europa. Liquidando le sue idee come ingenuità geopolitiche, il vescovo invitò Palaver a leggere una raccolta di saggi tedeschi intitolata Illusioni di fratellanza: La necessità di avere nemici. Il libro, si rese conto Palaver, era pieno di riferimenti a un’idea coniata da Carl Schmitt, secondo cui la politica si fonda sulla distinzione tra amici e nemici. Leggendo l’opera, Palaver capì di essere “più o meno contrario a ogni singola frase“.

Così, durante il dottorato, il giovane austriaco decise di scrivere una critica girardiana di Schmitt. Avrebbe usato la teoria di Girard contro l’architetto giuridico dell’ultima grande strage europea, che ora ispirava i falchi della guerra fredda che avrebbero condotto alla prossima. “Concentrarmi su Schmitt“, spiega Palaver, “per me voleva dire rivoltarmi contro l’arcinemico del mio pacifismo“.

Alla fine degli anni Ottanta, Palaver era diventato uno dei pochi studiosi girardiani della facoltà dell’Università di Innsbruck. E mentre le sue idee si diffondevano anche in altri circoli accademici europei, Girard continuava a sviluppare le sue teorie nella relativa oscurità oltreoceano, all’Università di Stanford.

Gli anni dell’università

Quando arrivò a Stanford a metà degli anni ’80, Thiel era un adolescente libertario pervaso dal fervore anticomunista dell’era Reagan, un odio per il conformismo frutto del tempo trascorso in una severa scuola privata sudafricana e la determinazione, come lui stesso l’ha descritta, a vincere “una competizione dopo l’altra. Si trovò rapidamente calato nel ruolo del classico agitatore da campus conservatore e ambizioso. Faceva parte della squadra di scacchi universitaria, aveva voti eccellenti ed era il fondatore e il direttore di The Stanford Review, una pubblicazione studentesca di destra che trasudava disprezzo per le politiche dell’epoca improntate alla diversità e al multiculturalismo, in un momento in cui massicce proteste studentesche si scagliavano contro il canone occidentale e l’apartheid sudafricano.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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