Fuga dalla sanità: i numeri che gridano allarme
Parlando di numeri, la crisi degli infermieri viene resa ancora più chiara. In Italia, infatti, gli infermieri sono pochi rispetto a quello che serve. Nel 2023, quelli impiegati nel servizio sanitario pubblico e coperti dal contratto nazionale sono 277.164. In media, significa 4,7 infermieri ogni 1.000 abitanti, con differenze territoriali marcate: 3,53 in Sicilia, 6,86 in Liguria. Tradotto: a parità di bisogno di cura, il carico di lavoro cambia drasticamente da regione a regione. Se si guarda al confronto internazionale, il quadro si fa ancora più netto. Secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), che includono tutti i professionisti attivi, in Italia ci sono 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti. La media dei paesi Ocse è 9,5, quella europea 8,5. In altre parole, l’Italia lavora stabilmente con due o tre infermieri in meno ogni mille persone rispetto ai paesi con cui si confronta.
La manovra di legge di bilancio 2026 presentato dal governo prevede un investimento che punta ad assumere 6.300 infermieri ma la vera domanda è: dove troveremo 6mila infermieri da assumere subito da qui a un anno? Nel 2022 in Italia si sono laureati solo 16,4 infermieri ogni 100.000 abitanti, a fronte di una media Ocse di 44,9.
Il segnale più allarmante arriva dalle università. Per l’anno accademico 2025/2026, il rapporto tra domande presentate e posti disponibili nel corso di laurea in infermieristica è sceso a 0,9. I posti disponibili superano le candidature. Questo dato non parla solo di numeri ma di percezione ed aspettative. Se una professione necessaria smette di attrarre, le cause vanno cercate sia nella qualità del lavoro che nel percorso che la precede. È da qui che bisogna partire per affrontare il tema del demansionamento che parte dall’università. Si stima che già dal primo anno circa il 15% degli studenti di infermieristica abbandona il corso di laurea.
Il demansionamento parte dalla formazione universitaria
Anche la formazione universitaria dei futuri infermieri, purtroppo, continua a riflettere modelli culturali obsoleti. Nei programmi di alcune facoltà di scienze infermieristiche, al primo anno, come obiettivo di tirocinio troviamo: “Rifacimento del letto vuoto e occupato con tipologia di paziente semplice, rifacimento del letto vuoto e occupato con tipologia di paziente complesso, rifacimento del letto alla dimissione del paziente”. Non serve, certamente, un titolo di studio per capire che si tratta di mansioni igienico-alberghiere. Siamo, quindi, sicuri che il cambiamento sia stato davvero interiorizzato dal sistema? Il rifacimento del letto, ad esempio, compete ad una figura che è quella dell’operatore sociosanitario. L’operatore socio-sanitario (Oss) è una figura di supporto che fornisce assistenza di base a persone non autosufficienti in ambito sanitario e sociale, aiutandole nei bisogni primari come igiene, vestizione, alimentazione e mobilità, e collaborando con gli infermieri e tutta l’equipe per favorire il benessere e l’autonomia.


