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Satelliti, perché in guerra nemmeno loro possono più dirsi neutrali

di webmaster | Mar 27, 2026 | Tecnologia


L’attuale escalation si inserisce nel quadro delle crescenti tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran, con missili e droni che attraversano lo spazio aereo del Golfo coinvolgendo anche le infrastrutture regionali, inclusi satelliti e sistemi di navigazione.

Chi controlla i satelliti nel Golfo

Quando i dati satellitari diventano inaffidabili, il loro controllo diventa una questione centrale.

Nel Golfo, le infrastrutture satellitari sono in gran parte gestite da realtà finanziate dagli stati nazionali. Si basano su satelliti geostazionari, posizionati ad alta quota sopra l’equatore e utilizzati per attività come trasmissioni, comunicazioni e previsioni meteo.

Tra questi operatori ci sono Space42 negli Emirati Arabi Uniti, che si occupa di comunicazioni sicure e osservazione della Terra, la saudita Arabsat, che gestisce trasmissioni e banda larga, o Es’hailSat in Qatar, che supporta la connettività regionale. Tutte queste aziende operano sotto stretta supervisione governativa.

L’Iran invece sta costruendo un sistema parallelo. I suoi satelliti, come Paya (noto anche come Tolou-3), fanno parte di una strategia più ampia finalizzata a espandere le capacità di sorveglianza in modo indipendente dalle infrastrutture occidentali. Paya, un satellite che osserva la Terra ad alta risoluzione, è stato lanciato dal cosmodromo russo di Vostochny.

Attorno a queste infrastrutture ruota un mercato in rapida crescita. Il settore delle comunicazioni satellitari in Medio Oriente vale oltre 4 miliardi di dollari e secondo una stima potrebbe raggiungere i 5,64 miliardi entro il 2031, trainato soprattutto dalla connettività aerea legata sia all’aviazione commerciale che alla domanda dall’industria della difesa. Le piattaforme marittime rappresentano già quasi un terzo dei ricavi regionali.

Le flotte commerciali nell’orbita terrestre bassa, come quelle di Planet labs e Maxar, operano in modo diverso rispetto ai sistemi governativi. In questi casi il vero limite è l’accesso ai dati. I governi hanno la priorità nell’acquisizione delle immagini, mentre redazioni e ong dipendono da abbonamenti a pagamento.

L’11 marzo, Planet labs ha annunciato che i ritardi già accumulati nella pubblicazione delle immagini provenienti dal Medio Oriente si sarebbero allungati di ulteriori due settimane. L’azienda ha negato che la decisione fosse dettata dalla richiesta di un governo, precisando che serviva a “garantire che le nostre immagini non vengano sfruttate da soggetti ostili per colpire personale e civili di paesi alleati e partner della Nato. Maryam Ishani Thompson, reporter specializzata in Osint, ha dichiarato a Wired che “la perdita di Planet labs pesa così tanto perché garantiva aggiornamenti molto rapidi. Nemmeno rivolgendoci ai satelliti cinesi li otteniamo con la stessa velocità”.

Dall’inizio di questi ritardi, piattaforme cinesi come MizarVision, un fornitore di intelligence geospaziale open source con sede a Shanghai, stanno registrando un aumento degli utenti. Il fenomeno fa parte di un cambiamento più ampio negli attori che controllano effettivamente il flusso delle immagini. Russia e Cina stanno condividendo sempre più l’accesso ai dati satellitari con l’Iran, segno che le aziende che un tempo stabilivano cosa il mondo potesse vedere non sono più le uniche ad avere occhi puntati sul Golfo.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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