Nessun nome per l’Anticristo. Nessun paese indicato come nemico. Nessuna agenda politica dichiarata. A dirlo è Alberto Garzoni presidente dell’associazione Vincenzo Gioberti che ha invitato a Roma Peter Thiel. Ma allora, di cosa ha parlato dal 15 al 18 marzo il miliardario, fondatore di PayPal e Palantir che ha finanziato Trump e che siede nell’immaginario collettivo progressista come uno dei volti più inquietanti del capitalismo tecnologico globale, nelle quattro lezioni a porte chiuse tenute a Roma, davanti a un pubblico selezionato con cura dall’Associazione Vincenzo Gioberti, think tank bresciano che che abbraccia un “liberalismo conservatore” evidentemente affine a quello dell’imprenditore statunitense? E allora, perché tanta segretezza?
Qualche risposta – non tutte, perché il vincolo di riservatezza sull’evento non è ancora caduto e non cadrà mai – ha accettato di darla a Wired Italia proprio il presidente Garzoni, accademico che si divide tra l’Italia e Oxford.
Nella quattro giorni romana si è parlato di Occidente come civiltà in pericolo (da cosa o da chi?) e di tecnologia come strumento che i governi vogliono monopolizzare per controllare le società (da che pulpito!), e dunque di libertà a rischio in sedicenti democrazie. E lo si è fatto in un formato – piccolo, selezionato, riservato – non per chissà quale motivo di segretezza ma per necessità, assicura Garzoni.
Gli snodi della vicenda
Il tema dell’università
Secondo quanto riportato dal presidente dell’associazione, infatti, Thiel avrebbe preferito tenere queste lezioni nelle università. Inizialmente si era ipotizzato che la sede potesse essere l’Angelicum e infatti diversi studenti dell’Università Pontificia hanno in effetti partecipato. Le aule universitarie “sarebbero state il luogo naturale per questo tipo di conversazioni”, spiega Garzoni. Ma il clima negli atenei occidentali, secondo il presidente dell’associazione, renderebbe le cose difficili. Il riferimento di Garzoni sono le proteste dei mesi scorsi in occasione di conferenze con relatori pro-Israele dopo l’assedio di Gaza: “Capisco che un relatore che viene dall’estero non abbia voglia di esporsi a questo tipo di pressione”. La richiesta di Thiel era di selezionare individualmente gli invitati, per costruire “una conversazione privata ma organica”, protetta da quelle che il nostro interpellato chiama “interferenze ideologizzate”. Lezioni aperte, insomma, ma non per tutti.
Tra le interferenze nel mirino c’è, guarda caso, la stampa, le cui indiscrezioni dei giorni pre e durante gli eventi sono state accolte con un pizzico di insofferenza. “Ho l’impressione che chi parla di lui in termini a tinte forti, con accuse, perda qualche sfumatura del suo pensiero“, dice Garzoni. “Vedendolo da vicino, avendone un’esperienza diretta, è un relatore molto misurato, preciso. È chi non riesce a penetrarne la complessità che fa fatica a non percepirla come uno scudo, come una maschera”. Scudo che, nei fatti, decisamente c’è stato.
Thiel non vuole fare il politico, ma l’intellettuale
Ok, ma cosa voleva ottenere Thiel da questo tour? Una delle domande più immediate attorno a Thiel è se rivendichi per sé un ruolo politico, vista la vicinanza al mondo Maga del presidente Donald Trump e considerato che ha versato oltre 250 milioni di dollari in campagne elettorali repubblicane nell’ultimo decennio, lanciando, tra gli altri, la carriera di JD Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti.


