I limiti della guerra a distanza
La potenza di fuoco dei missili lanciati da terra non è una soluzione alternativa un’operazione sul campo, dunque. Almeno stando a quanto dicono gli esperti contattati da Wired Italia. “No, HIMARS è fuoco, non presenza sul terreno”, dice John Ferrari. “Le truppe sul campo sono necessarie per l’acquisizione dei bersagli e per costringere il nemico a muoversi, così da poterlo colpire facendo fuoco”, spiega.
“Gli attacchi a lungo raggio non equivalgono a una presenza persistente”, conferma poi l’altra fonte statunitense. “Il controllo attivo del territorio richiede una presenza più immediata che, in termini militari, è rappresentata da truppe di terra, ma può includere anche forze proxy o personale alleato”, conferma la fonte nella sua analisi. E in questa direzione d’analisi c’è da inquadrare anche la possibilità per gli Usa di spostare questi lanciatori più vicino possibile ai confini iraniani, utilizzando le basi e il territorio degli alleati del Golfo.
Il ministro degli Esteri iraniano ha accusato formalmente gli Usa di aver attaccato l’isola di Kharg con sistemi HIMARS, con lanci dagli Emirati Arabi Uniti. Alcune analisi di una società controllata dallo stesso gruppo editoriale del Wall Street Journal riportano lanci multipli dal Bahrain, notizia riportata anche dal New York Times. Lo U.S. Central Command non dice e non rivela da dove vengono lanciati i missili, i video pubblicati mostrano lanci dal deserto e nessuno dei Paesi coinvolti ha confermato di aver autorizzato lanci dai propri territori.
“È estremamente difficile condurre operazioni militari esclusivamente dal mare. Il controllo del territorio è cruciale sia per la logistica sia per impedire che l’Iran possa rifornirsi facilmente”, spiega John Ferrari. “I sistemi di attacco di precisione possono essere molto efficaci. Tuttavia, c’è un limite a ciò che i colpi di precisione possono ottenere contro forze determinate e ben trincerate. Non è possibile, ad esempio, eliminare i materiali nucleari dall’Iran con soli attacchi di precisione”, aggiunge. E introduce una variabile di scenario, che si lega ai movimenti sul terreno – e l’invio di forze speciali statunitensi nel Golfo – che stanno avvenendo in questi giorni. “A un certo punto sarà necessario far muovere le forze nemiche”, conclude l’ex maggiore dell’esercito statunitense Ferrari. “E per farlo servirà qualcosa sul terreno”.

