I Romani e i Greci dicevano le parolacce. E le scrivevano. E scrivevano testi espliciti, a volte volgari. Commedie dove volavano insulti e prese in giro che oggi sarebbero da querela. Poesie e romanzi erotici decisamente spinti. Se immaginiamo il mondo classico come un quadro fatto di pepli, corone d’alloro e cetre che accompagnano canti dal lirismo soffuso, sbagliamo. A scuola capitava, studiando sulle antologie latine, di trovare brani intervallati da puntini di sospensione. Pensavamo si trattasse di “buchi” in un papiro deteriorato, o di passi saltati perché poco interessanti. E invece era censura bella e buona. Ci dicevano tutto del passerotto di Lesbia cantato da Catullo, ma si guardavano bene dal farci leggere “puttana restituisci i taccuini”. E nessuno ha mai avuto il coraggio di farci leggere in classe le liriche erotiche dei greci: i libri di scuola riportavano e riportano odi al vino, inni al coraggio in battaglia, delicate similitudini con la natura, versi che immortalano l’amore come dolceamaro sentimento. Ma versi come quelli in cui Archiloco dice “liberai il bianco sperma sfiorando il suo biondo pube” venivano ignorati.
Comici senza censura
La situazione non è affatto rosea sulla scena della Lisistrata di Aristofane: la guerra sembra non finire mai, e gli uomini sono sempre lontani da casa. “Un’animosa ateniese, Lisistrata, convoca le donne di tutta la Grecia per esporre il suo piano di pace. Questo è un ricatto astuto e drastico: le donne si rifiuteranno a ogni rapporto sessuale, finché gli uomini non smetteranno di combattersi”. Tutto chiaro nella sintesi offerta dal grande grecista Dario del Corno nella sua Letteratura Greca. E tutto pulito. Ma quando Lisistrata si prodiga per convincere le donne ad accettare il suo piano, le cose vanno diversamente, e Aristofane non fa mistero della concretezza del piano di Lisistrata. Le donne si dicono disposte a tutto pur di ottenere la pace, a salire sul monte più alto, a buttarsi nel fuoco, a rinunciare a se stesse. Ma non è a voi stesse che dovete rinunciare, spiega Lisistrata: “Noi dobbiamo rinunciare all’uccello. Ma perché vi girate di là, dove state andando? Perché impallidite? Piangete?”. Insomma, tutto, dicono le donne, ma quello no. E anche dopo aver accettato, le donne non resistono, e si cimentano in vari, rocamboleschi tentativi di fuga verso il maschio. La comicità di Aristofane è qui, non ha veli, non ha censure, ma è talmente fresca e schietta che anche la volgarità non sembra volgare. La quantità di sinonimi che lo scrittore usa per indicare il “coso” è quasi infinita, tra metafore più o meno ardite e termini che ritroviamo nella nostra stessa lingua. E quasi infinite sono le occasioni per nominarlo, suscitando il riso negli spettatori con complicate costruzioni o con l’effetto a sorpresa di una parolaccia buttata là quasi senza ragione. Così quando Cinesia, uomo deluso, ancora nella Lisistrata, impreca contro la moglie chiedendo a Zeus di portarla via con una raffica di vento, vediamo concludere la frase come mai ci aspetteremmo: “Trascinala in alto vorticosamente, e poi lasciala cadere, in modo che piombi giù sulla terra” e morire? No. “E infilarsi” sul suo indovinate cosa. Oscenità buttate come a caso facevano scompisciare gli Ateniesi. Nei Cavalieri il Salsicciaio fa un lungo elenco di quello di cui trattano i suoi oracoli, e dopo aver parlato di lenticchie e di chi ruba sui prezzi indica all’improvviso il suo rivale e grida “E lui si morda” sempre quello. Ovviamente non ci sono solo i riferimenti ai genitali, ma anche un abbondante uso di ridicolaggini a base di cacca e pipì e una derisione aperta e mai cattiva degli omosessuali (che peraltro nella società ateniese erano più che accettati). Un piccolo ma eloquente esempio si può trovare nelle Nuvole, dove due personaggi, il Discorso Forte e il Discorso Debole, si affrontano in un dialogo che mostra, pur nella pesante satira, come gli omosessuali fossero parte dell’élite sociale e culturale ateniese:
“DISCORSO FORTE – E se dovessero ritrovarsi una testa di rafano nel didietro e lo depilassero con la brace? Tutto per averti dato ascolto! Avrà un argomento per dimostrare che non è un culaperto?
DISCORSO DEBOLE – E anche se fosse un culaperto, che cosa ci sarà di male?
DISCORSO FORTE – E cosa ci può essere di peggio?
DISCORSO DEBOLE – Rispondimi dunque: da che gente vengono gli avvocati?
DISCORSO FORTE – Dai culaperti.
DISCORSO DEBOLE – Esatto. E i tragici?
DISCORSO FORTE – Dai culaperti.
DISCORSO DEBOLE – Bene. E i politici?
DISCORSO FORTE – Dai culaperti”.
Ne più né meno che le battutacce di un film di Checco Zalone. Un modo di ridere che si ritrova più avanti a Roma delle commedie di Plauto, e che in qualche modo è arrivato fino a noi.

