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Tute acetate e Rimbaud, la storia dei cinque ragazzi della periferia francese che organizzano battaglie letterarie contro i pregiudizi

di webmaster | Apr 8, 2026 | Tecnologia


Scarpe Nike TN, una delle due trema sospesa sulla copertina di un libro come se lo stesse salando: quando cita Rimbaud, la letteratura francese sa della periferia di Avignone. Geronimo è seduto tra i suoi frères (bro, ndr), cinque ragazzi skippati dalla società e venerati sui social, in entrambi i casi per come si vestono: cappellino con visiera piatta, tuta, borsello a tracolla, broccoli haircut. Le loro battaglie letterarie valgono 627.000 follower su TikTok: sfidano George Sand, Madame de Lafayette e Simone de Beauvoir nel parcheggio di un complesso popolare. Non lo fanno per i like: la loro identità è lo starter pack dell’erudizione, lo slang rimuove ogni eccesso di sapere. Sono jeunes de cité, maranza francesi. L’account Geronymonstre è uno spoiler sul grande equivoco della strada: ci crediate o no, anche in periferia circola cultura. Durante un pomeriggio tra parkour e poesia, uno di loro recita i versi decadenti di un poeta maledetto in piedi sul tetto di un garage. A settembre dell’anno scorso, Geronimo e i suoi bro si sono aperti alla dolce indifferenza del mondo, come scriveva Albert Camus ne Lo straniero: le giacche acetate abbinate ai grandi classici sono un mix che ha spiazzato tutti. Tra i commenti c’è chi si ricrede anche se della loro vita non sa niente. Su Instagram (360.000 follower) l’algoritmo è una lunga ola di scrittori affermati e professori che li considerano geniali. La Biblioteca nazionale di Francia (BNF) li ha contattati per siglare una partnership: le battaglie letterarie piacciono anche alle grandi istituzioni. Per il sociologo Loïc Wacquant, i giovani delle periferie moderne vivono in uno stato di marginalità avanzata che eccede la povertà old style (legata ai soldi), che ha sempre caratterizzato i quartieri popolari: per il sistema economico, questi ragazzi sono superflui, se non addirittura invisibili, pseudo devitalizzati. Il mercato del lavoro si muove anche senza di loro. Non dei NEET (Not in Education, Employment, or Training) veri e propri, oltretutto perché questa condizione può anche essere una scelta. L’acronimo semmai è un altro, una specie di certificazione DOP – Denominazione di origine periferica – che li confina nel pregiudizio dei luoghi a cui appartengono, epicentro di tutte le disuguaglianze possibili. Non è un caso che, tra i giovani delle banlieue francesi, la voglia di farcela sia maggiore: se la fuga sembra il modo più ovvio, i ragazzi di Geronymonstre restano incollati alla strada proprio come i loro libri, sparsi nel parcheggio tra i palazzoni di cemento e le sedie pieghevoli. Non si tratta di una disposizione scenografica: la loro identità è la copertina di un classico di Victor Hugo a contatto con l’asfalto. I social rappresentano una fuga sul posto: “Vogliamo dimostrare che nonostante la tuta abbiamo un cervello”, hanno detto di recente in un’intervista a M Le Magazine du Monde. Non si tratta di andare altrove, ma di farcela lì con i propri mezzi, forzando i cliché al punto da liberarsene: la mandata finale la danno i commenti. Da qualche anno i social network sono diventati l’osservatorio della vita dei quartieri popolari, una scelta degli stessi residenti che hanno sdoganato online la routine in periferia: le strade, le persone, le case, la chiennété, letteralmente la vita da cane che aveva fatto la fortuna di NasDas (pseudonimo di Nasser Sari), che per molto tempo è stato l’influencer francese più seguito su Snapchat. La cronaca del suo quartiere degradato a Perpignan aveva fatto appassionare milioni di follower alla vita delle persone che incontrava. Uno snap alla volta, l’immaginario delle periferie era crollato: gli utenti avevano iniziato ad affezionarsi ai personaggi di Saint-Jacques. Oggi il suo rapporto con i social non è più lo stesso, ma il suo racconto online ha quantomeno mitigato il pregiudizio e ridimensionato la sineddoche dei quartieri popolari, dove la criminalità è sempre considerata la parte per il tutto. I ragazzi delle periferie fanno di TikTok e Instagram il loro ascensore sociale, salgono insieme alla loro appartenenza, senza lasciarla al round floor: nessuno vuole sradicarsi dal suo luogo, al contrario, lo esibiscono. Alla skippata offline oppongono la timeline di una story che sparisce dopo ventiquattr’ore, ma che nel frattempo ha mostrato le loro dinamiche. È una specie di désenclavement digitale, un’uscita fai da te dall’isolamento. Le inquadrature in soggettiva non censurano i problemi, i ragazzi della cité non negano la complessità dei loro quartieri: l’esposizione rivendica la normalità censurata nei racconti risaputi sulle periferie, che estrapolano solo delinquenza, anche se riguarda una minoranza. Lì la vita è come altrove, ma in un continuo stato di emergenza: se da un lato alimenta la rabbia, dall’altro determina un forte senso di unità sociale. Sui social media, il racconto della periferia sembra un rinforzo della letteratura urbana (che in Francia è floridissima) dove la morale dei romanzi ambientati tra strada e complessi popolari dice che qui s’impara a stare. È una presa di coscienza. Su Le Monde, il sociologo Fabien Truong scrive che i ragazzi finiscono per trovare il loro posto: non è una questione di tempo, spazio o integrazione, ma delle interazioni che avvengono in questi quartieri. In molti romanzi la suspense è boicottata, proprio perché manca la fuga: nel memoir Noi… la cité (pubblicato dalla casa editrice Portatori d’Acqua) di Joseph Ponthus, c’è solo l’intenzione di raccontare. Il libro intreccia le storie di quattro ragazzi della periferia parigina che parlano del rapporto a volte complesso con la scuola, i coetanei, la polizia, le istituzioni. Si tratta di vite incrinate dal peso dei cliché di un non-luogo, che i ragazzi continuano comunque a proteggere. Sull’account di Geronymonstre, spaccio e spintoni diventano una licenza poetica per parlare di libri. Adattano la letteratura francese al format della strada: il risultato è che la malavita diventa una narrazione originale. Nei loro reel inscenano risse nominando Guy de Maupassant e Gustave Flaubert: la gente si aspetta che siano violenti, anche se in realtà non lo sono davvero. “È solo un club di lettura” dice a un certo punto Geronimo mentre prova a bloccare l’azzuffata. Spingono sul cliché della violenza simulando il loro fallimento sociale, la morte del cigno: non sanno fare nient’altro che picchiarsi, le cose socialmente accettate sembrano sul serio incompatibili con la loro natura. Resteranno bloccati in ascensore. Eppure, i loro follower ne vogliono ancora: istigazione alla violenza? Si capisce subito che la satira dei reel non mette in dubbio la loro identità: è uno specchio che riflette innanzitutto chi guarda.



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Scritto da Flavio Perrone, consulente informatico e appassionato di tecnologia e lifestyle. Con una carriera che abbraccia più di tre decenni, Flavio offre una prospettiva unica e informata su come la tecnologia può migliorare la nostra vita quotidiana.

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