Cosa avete mangiato ieri a pranzo? Come si chiama l’attore coprotagonista dell’ultimo film che avete visto al cinema? Che scarpe indossavate l’altra sera? Una frazione rilevante di noi non sa rispondere – almeno non su due piedi – a domande di questo tipo, relative al passato recente; ma quasi nessuno dimentica cose apprese molto tempo fa, tra cui, per esempio, andare in bicicletta. Un’abilità che si radica in modo così profondo nella nostra memoria da aver dato origine a un modo di dire: è come andare in bicicletta, ossia è impossibile da dimenticare. Il “segreto” di questa memoria inossidabile, secondo le evidenze scientifiche, sta nella differenza con cui il nostro cervello immagazzina e gestisce diversi tipi di ricordi, e in particolare nelle dinamiche della cosiddetta memoria procedurale, quella legata, per l’appunto, al consolidamento di abilità motorie e cognitive “automatiche” a “abitudinarie”. Ossia, in parole più semplici, la memoria di come si fanno le cose.
Una memoria a due volti
Piccolo excursus storico. La moderna comprensione della memoria motoria deve quasi tutto a Henry Molaison, anche noto come “paziente H.M.”, che nel 1953 subì un intervento di rimozione di parte dell’ippocampo per curare un’epilessia grave. L’operazione gli impedì, da quel momento in poi, di formare nuovi ricordi a lungo termine di fatti o di eventi (la cosiddetta memoria dichiarativa) ma lo rese in grado di imparare nuovi compiti motori, come disegnare una stella partendo da pochi tratti: sostanzialmente, ogni giorno l’uomo svolgeva di nuovo il compito, senza ricordare di averlo già fatto, con precisione sempre maggiore. “Casi come questo – ha spiegato sulle pagine di Scientific American il neuroscienziato clinico Boris Suchan – dimostrano che la memoria non è un singolo archivio, ma esistono sia i ricordi espliciti, come date e fatti, che quelli procedurali, come nuotare o andare in bici, e questi ultimi dipendono da strutture evolutivamente più antiche e stabili”.
Un “pilota automatico” nel cervello
La memoria procedurale opera a un livello inconscio e automatico. All’inizio, imparare ad andare in bicicletta richiede un grande sforzo della corteccia cerebrale; con la pratica, il “controllo” passa poi ai gangli della base (le strutture del cervello responsabili della fluidità dell’azione) e al cervelletto (che corregge gli errori in tempo reale). In queste aree, la plasticità cerebrale è diversa: una volta che i circuiti neuronali si sono formati, diventano estremamente resistenti al rimodellamento che normalmente cancella i ricordi meno usati o meno utili (per esempio quali scarpe indossavate l’altra sera). “Una volta che una sequenza è stata automatizzata – spiega il neurologo Andrew Budson su Popular Science – il cervello non ha più bisogno di richiamarla coscientemente”: è lì, scolpita (quasi) per sempre.


