[ad_1] In effetti è difficile guardare A Knight of the Seven Kingdoms, una serie in cui ci si prende letteralmente a mazzate in faccia, in cui il popolo è trattato come pubblico da assuefare di violenza, in cui c'è sempre…
In effetti è difficile guardare A Knight of the Seven Kingdoms, una serie in cui ci si prende letteralmente a mazzate in faccia, in cui il popolo è trattato come pubblico da assuefare di violenza, in cui c’è sempre qualcuno di più debole di te da dominare, senza pensare ai risvolti strettamente attuali di una storia del genere: “Il mondo sta diventando sempre più feudale e pauroso”, aggiunge Finn Bennett: “Vediamo dittatori, dominatori, re – magari non i re, ma le notizie le guardiamo tutti. Mi sembrano temi molto interessanti da esplorare, specialmente adesso”. Anche Peter Claffey riflette in questo senso: “È preoccupante pensare che non venga in mente nessuno dei nostri leader che potrebbe essere un buon cavaliere”, riflette, per poi aggiungere: “Forse preferirei che tutti decidessimo di essere die bravi cavalieri. Non è difficile mostrare un po’ di rispetto e gentilezza nella vita di tutti i giorni”.
Sbaglieremmo però a dipingere A Knight of the Seven Kingdoms come una serie eccessivamente politica e impegnata. A differenza di Game of Thrones o dell’altro spin-off House of the Dragons, gli intrighi, le strategie e persino gli inganni sono riportati a un livello molto più umile e pragmatico. Il risultato è anche il più delle volte comico e grottesco, e proprio per questo profondamente umano, come nelle intenzioni dello showrunner Ira Parker: “Al cuore della serie, al di là di armature e paesaggi, c’è anche molto cuore”. Se in passato a Westeros si rideva solo per i guizzi di alcuni personaggi acuti e taglienti, qui le risate sono spontanee e viscerali: “Ma non volevo che ci fossero battute tanto per fare. La commedia deve venire dai personaggi”, precisa Parker: “Tutto, dal tono alla commedia, persino alla musica, arriva da Dunk, che è onesto, speranzoso, dubbioso di sé, il che lo rende perfetto”. Ma cosa ne ha pensato George R.R. Martin? “Ho scritto questa prima stagione solo con una persona in testa: George. E lui è stato il mio più grande sostenitore dal minuto uno”.

