Basilea, Svizzera – Entrando nel nuovo centro di sperimentazione medica (medica e non solo, come vedremo), l’Institute of Human Biology (IHB) di Roche a Basilea – uno spazio di oltre 23mila metri quadrati distribuiti su 8 piani e inaugurato alla fine di marzo – la sensazione è chiara: i 140 giovani ricercatori provenienti da più di 30 paesi, qui non si limitano a studiare malattie e biologia umana, ma le replicano e le ricostruiscono.
La clonazione, fughiamo subito ogni dubbio, non c’entra: a essere riprodotti non sono infatti organismi interi, ma organoidi, tessuti coltivati, sistemi “organo su chip”, modelli computazionali. Cioè particelle minuscole di corpo umano e riproduzioni, che – grazie ad algoritmi, macchinari ultrasofisticati e simulazioni – promettono di prevedere come reagirà una persona a un farmaco prima che lo assuma. Pura fantascienza, solo fino a pochi anni fa.
La scommessa è “replicare la biologia della malattia umana con una precisione senza precedenti, trasformando il modo in cui vengono sviluppati i farmaci”, ha spiegato il direttore del centro, il neuroscienziato Azad Bonni. “Stiamo cercando di capire come il corpo umano è influenzato da una malattia e come può rispondere ai trattamenti. Costruendo sistemi che lo rappresentino davvero”.
Nel laboratorio che anticipa il futuro dei farmaci
Cavie, addio?
Per decenni, la ricerca farmacologica si è basata su un presupposto: per capire che cosa succede nell’uomo, bisogna passare dagli animali. Un modello sicuramente imperfetto, ma necessario. Nel nuovo istituto concepito da Roche – frutto di un investimento di circa 100 milioni di franchi, quasi 110 milioni di euro, e parte di un piano più ampio da 1,4 miliardi – la biologia non è più l’unica protagonista, ma s’intreccia con ingegneria e scienza computazionale, all’interno di veri e propri “laboratori ibridi”.
“La scienza della vita è anche scienza computazionale: ogni essere umano genera enormi quantità di dati e grazie agli algoritmi oggi possiamo interpretarli. Ma soprattutto, possiamo costruire modelli che colleghino ciò che osserviamo in laboratorio a ciò che accade nei pazienti”, ha raccontato Gaudenz Danuser, co-direttore e responsabile del reparto Biologia computazionale dell’IHB.


