Ad Astra, film di fantascienza con Brad Pitt, è un polpettone senza nulla di originale


Nonostante uno spunto promettente la fantascienza pessimistica di James Gray spreca Brad Pitt e non ha nulla da dire, nonostante sia in competizione alla Mostra del cinema di Venezia

La mancanza di originalità in un film di fantascienza è imperdonabile. La missione principale del genere è immaginare un possibile andamento del presente o ancora meglio un nostro futuro, creare una visione di quello che può avvenire, raccontare l’oggi dell’essere umano tramite una visione prima di tutto visivamente coinvolgente del suo domani, di cosa possiamo essere e non siamo ancora e di come tutto questo ci possa apparire: una visione che da sola parli anche più della trama. Se il poliziesco o l’horror possono citare e rimescolare altri film e altre trovate, la fantascienza ha il dovere di immaginare, di avere un proprio design e una propria visione. Da quello se ne stabilisce la caratura. E quella di Ad Astra è bassissima davvero e il posizionamento in concorso alla Mostra del cinema di Venezia non fa che rimarcarlo.

Non c’è momento del film che non ricordi altro, che non si appoggi ad invenzioni viste altrove per portare avanti la propria storia di un figlio in missione nello Spazio per andare a trovare il padre perdutosi appositamente 25 anni prima in una spedizione audace per la ricerca definitiva di un’intelligenza aliena ai confini del Sistema solare. Tutti lo credevano morto e invece una serie di pesante tempeste elettromagnetiche provocate dalla sua astronave ne affermano l’avvenuta sopravvivenza e si stanno propagando nel sistema fino a giungere sulla Terra. Una devastazione che rischia di compromettere tutta questa porzione di universo e che va fermata in ogni modo. Il governo sa bene come fare, nella maniera più drastica, e ha bisogno del figlio solamente per far uscire allo scoperto il padre. Il figlio però, capita l’antifona, si imbarca di straforo per andare di persona a risolvere la questione.

Per la prima volta negli ultimi anni l’esplorazione e la sete di conoscenza o di scoperta sono un male. Tutto il cinema di fantascienza d’autore degli ultimi cinque anni, quello ad alto budget e spettacolare, è fondato non sulla lotta contro qualcuno ma con la lotta per conoscere, scoprire e sopravvivere in questo sforzo. Nel finale di Ad Astra invece, l’esito della ricerca sarà in questo senso il meno consueto. I tratti originali di questo film decisamente troppo lungo e troppo indeciso sulla direzione da prendere fino alla noia più totale, finiscono qui. Già dall’attacco con un incidente in una grande antenna nella stratosfera della Terra, il film di James Gray ricalca le trovate di Gravity, poi nelle sequenze chiave toccherà alle luci chiare e metalliche di Interstellar, poi ancora le idee visive di Blade Runner 2049 e infine, in questo lungo viaggio a tappe in cui qualcuno è mandato a sopprimere un’altra persona che non risponde più agli ordini, come in Apocalypse Now!, più volte vedremo idee di mobilio, arredamento e design da 2001: Odissea nello Spazio.

L’apoteosi del derivativo è frastornata poi da una invadente voce fuori campo (di Brad Pitt) che all’inizio pone gli interrogativi chiave del film e alla fine tira le somme, mentre in mezzo navigherà tra domande retoriche e massimi sistemi da Terrence Malick. E stupisce che proprio Brad Pitt, solitamente molto sveglio nello scegliere i ruoli, si sia infilato in questo polpettone nel quale non riesce mai a fare la differenza, perché gli viene richiesto di recitare fuori dalla sua comfort zone, sui toni distanti, esageratamente calmi come troppo calmo è il protagonista. Lì, spesso in primo piano e necessariamente stolido, immobile, fisso, è un leone in gabbia, fuori dal suo elemento, di fatto inutile ed inefficace.

James Gray non è un regista da blockbuster e si sente tutta la sua difficoltà a muoversi in una macchina in cui le decisioni non sempre sono solo del regista. Ad Astra è un film che deve soddisfare tante spinte diverse. Ha tante scene d’azione che tuttavia il protagonista vive con distacco, ha momenti di pura avventura ma sembra che al film interessino poco, ha personaggi stranamente marginali e una risoluzione sconclusionatissima. Quest’uomo senza passioni che a differenza di tutti gli altri non si lascia scuotere da nulla pare sempre guardare tutto da fuori: questo poteva essere un’idea, una trovata o una caratteristica originale del film, ma Ad Astra non la sfrutta realmente. Forse un giorno sapremo cosa aveva davvero in mente Gray nel lasciare i lidi del cinema indipendente in cui è così bravo, efficace e originale per intraprendere quest’avventura, se voleva proseguire la sua idea pessimistica riguardo l’esplorazione vista in Civiltà perduta o se davvero voleva tentare un salto nel mondo del cinema blockbuster d’autore, o ancora se invece ha accettato questo film ambizioso e poco chiaro solo per denaro.

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