Affair Casapound, ecco le regole di Facebook


Molti account afferenti a persone o entità ricollegabili a Casapound e Forza Nuova sono stati chiusi nella giornata di ieri su Facebook e Instagram. Dei fatti e delle reazioni dei diretti interessati abbiamo già parlato, ma nelle ore successive i social network sono stati un proliferare di dibattiti sulla bontà, l’opportunità, i tempi ed i modi di questa azione. In fin dei conti è questo il bicchiere mezzo pieno della vicenda: se ne parla e ci si confronta, pur se all’insegna spesso di uno sterile muro-contro-muro. Solo dal pubblico dibattito potrà infatti scaturire un qualche passo avanti all’interno di una questione mai risolta, nella quale la società si specchia e cerca soluzioni per regolamentare le proprie interazioni.

Purtroppo quel che non è noto sono i motivi esatti del ban di Casapound e Forza Nuova, ossia i post specifici che hanno portato al cartellino rosso dal social network. Impossibile giudicarli nel merito, quindi, sebbene si possa immaginare quale possa essere stato l’ambito entro cui la violazione è avvenuta. Ecco quindi le regole a cui fare riferimento, così da poter approfondire la questione pur in assenza del corpo del reato.

Le regole violate

Violenza e comportamenti criminali

Cerchiamo di impedire possibili atti di violenza offline che potrebbero essere correlati a contenuti su Facebook“: così Facebook cita al punto 1 del documento sui propri Standard della Community, la “legge” di chi sta dentro il social network. Questa regola è stata imposta dal proliferare dell’incitamento all’odio che il network ha determinato, diventando piattaforma standard per le comunicazioni personali e trasformandosi spesso in una valvola di sfogo per razzismo, bullismo e altre aberrazioni.

Anche se sappiamo che è comune che le persone esprimano antipatia o disapprovazione minacciando o invitando all’uso della violenza in modo scherzoso, rimuoviamo qualunque contenuto che promuova o istighi seriamente alla violenza. Provvederemo a rimuovere i contenuti, disabilitare gli account e collaborare con le forze dell’ordine qualora ritenessimo reale l’eventualità di seri rischi di danno fisico o minacce dirette alla sicurezza pubblica.

Facebook spiega inoltre che considera linguaggio e contesto (negli evidenti limiti dei suoi deboli meccanismi di controllo) per tentare di distinguere dichiarazioni isolate o ironiche da reali sfoghi che possano trasformarsi in reale pericolo per la sicurezza. “Per determinare se una minaccia è credibile“, aggiunge Facebook, “potremmo anche prendere in considerazione altre informazioni come la visibilità pubblica e la vulnerabilità di una persona“.

Persone e organizzazioni pericolose

Fin da queste prime righe emerge quindi il contesto entro cui la decisione di bannare Casapound ha avuto luogo. Al punto 2, “Persone e organizzazioni pericolose”, Facebok aggiunge inoltre:

non permettiamo la presenza su Facebook di organizzazioni o individui che proclamano missioni violente o che sono coinvolti in azioni violente.

In particolare si esplicita come il riferimento sia per situazioni di:

  • terrorismo
  • odio organizzato
  • omicidio di massa o seriale
  • traffico di esseri umani
  • violenza organizzata o attività criminale
  • la privatizzazione delle regole

Rimuoviamo inoltre contenuti che esprimono supporto o elogio di gruppi, leader o individui coinvolti in queste attività.

Le regole entrano anche più nello specifico, ma in generale il social network esplicita dettagliatamente i casi entro cui non intende tollerare l’incitamento a odio e violenza sulle proprie pagine, sotto qualsiasi forma: quando il problema rischia di esondare dal virtuale alla vita reale, scatta l’allarme e si impone il fermo agli account. Nel caso delle organizzazioni, più nello specifico, si pone il veto a

qualsiasi associazione di almeno tre persone organizzata con un nome, un segno o simbolo e che porta avanti un’ideologia, dichiarazioni o azioni fisiche contro individui in base a caratteristiche come la razza, il credo religioso, la nazionalità, l’etnia, il genere, il sesso, l’orientamento sessuale, malattie gravi o disabilità.

Incitamento all’odio

Al punto 11 relativo ai “Contenuti deplorevoli”, alla voce “Incitamento all’odio” viene indicato quanto segue:

Non permettiamo su Facebook discorsi di incitazione all’odio perché creano un ambiente di intimidazione ed esclusione e, in alcuni casi, possono promuovere violenza reale.

Definiamo i discorsi di incitazione all’odio come un attacco diretto alle persone sulla base di aspetti tutelati a norma di legge, quali razza, etnia, nazionalità di origine, religione, orientamento sessuale, casta, sesso, genere o identità di genere e disabilità o malattie gravi. Forniamo anche misure di protezione per lo status di immigrato. Definiamo l’attacco come un discorso violento o disumanizzante, dichiarazioni di inferiorità o incitazioni all’esclusione o alla segregazione.

Interessante è il tema della “protezione per lo status di immigrato“, poiché particolarmente centrale all’interno dell’attuale dibattito politico italiano. Ma al tempo stesso Facebook esplicita opportunamente come intenda tutelare la libertà di espressione:

Permettiamo la critica delle leggi sull’immigrazione e le argomentazioni sulla loro limitazione.

Conseguenze e ricorsi

Secondo quanto indicato all’interno della policy del social network, le conseguenze per la violazione degli Standard della community dipendono dalla gravità della violazione e dai precedenti della persona sulla piattaforma (nel caso di Casapound i precedenti risalgono alla scorsa Primavera, ad esempo): “Nel caso della prima violazione, potremmo solo avvertire la persona, ma se continua a violare le nostre normative, potremmo limitare la sua capacità di pubblicare su Facebook o disabilitare il suo profilo“.

A Casapound e Forza Nuova restano ora due possibilità, ma soltanto una di esse appare percorribile. Da una parte v’è il ricorso alla giustizia ordinaria, ma in questo caso c’è un doppio pericolo: anzitutto c’è la difficile disamina di un ban per la violazione di policy che sono esplicite e sono di libero arbitrio (o quasi) della società privata che li impone; inoltre v’è il rischio che la controparte sollevi il problema dell’apologia del fascismo, qualcosa che sulla piazza pubblica si è fin qui evitato di richiamare in modo esplicito, ma che le parti in causa probabilmente non intendono andare a solleticare.

Più facilmente, gli autori degli account bloccati potrebbero invece portare avanti un ricorso all’interno dei meccanismi di Facebook:

Se ritieni che la tua Pagina sia stata nascosta o limitata per errore, comunicacelo accedendo alla tua Pagina e cliccando su Invia il ricorso in alto.

Cosa potrebbe fare Facebook a seguito del ricorso? Potrebbe offrire approfondimenti sul ban, oppure rimuoverlo per i casi meno espliciti, oppure ancora confermarlo in toto. Si aprirebbe almeno un fronte di dialogo, nel tentativo di una mutua comprensione: nel muro contro muro, infatti, siede giocoforza dalla parte della ragione la piattaforma ospitante.

Una questione irrisolta

La questione irrisolta è relativa alla privatizzazione del diritto ed alla chiamata dei social network ad una maggior responsabilizzazione sociale. Da una parte si contesta infatti a Facebook & c. di imporre regole proprie alla società ed alle sue dinamiche dialogiche, ma al tempo stesso si invita Facebook a porre regole e filtri per bloccare odio, terrorismo, bullismo, truffe, teorie parascientifiche, hate speech e altro ancora.

Delle due, l’una: o si intende responsabilizzare i social network come entità di interesse pubblico, oppure le si lascia ad una libera deregulation entro cui possano muoversi con tutti i vantaggi del caso. Ed è questa una decisione che afferisce a noi e -per delega – alla politica. Non solo: pretendere il rispetto delle regole su Facebook non può essere una divisione tra buoni e cattivi, né la sanzione delle violazioni deve diventare occasione per rimbalzare su Facebook accuse non afferenti la caso. Il social network sia giudicato per le sue violazioni, i singoli account per le loro, e tutti ci si ponga di fronte al punto di riferimento del Diritto (o non se ne esce più).

Altro approccio possibile, pur affrontando il tema solo in modo formale, richiede di pretendere dal social network il mero, semplice e rigido rispetto della legge. A quel punto, però, la palla rimbalza e torna nel nostro campo, quello della magistratura e della società, quello della sanzione sociale e delle regole della vita reale. In questo caso siamo pronti ad imporre il rispetto dell’apologia del fascismo, piattaforma per piattaforma, account per account, post per post?

Così come è lecito tirare Facebook per la giacchetta, poiché la sua presenza è ormai troppo ingombrante per poter essere di ignorata, i discorsi in punta di diritto a poco servono se poi non ci si assume la responsabilità di assumere decisioni. E questo serve per affrontare la questione irrisolta della privatizzazione delle regole: qualcuno le deve scrivere, qualcuno deve controllarne l’applicazione, tutti dobbiamo rispettarle.



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