Albert Camus e l’epidemia come metafora dell’esistenza



Da Wired.it :

Riscopriamo l’autore de “La peste”, che tra le altre cose ci ha insegnato anche ad amare a distanza

(foto: Getty Images)

Alla fine degli anni Settanta, alcuni skinhead si presentarono ai concerti dei The Cure per cantare a squarciagola il primo singolo del gruppo, Killing an Arab. Se quei neonazisti avevano frainteso il ritornello della canzone – non furono gli unici: la canzone avrà poi una storia infelice anche successivamente – probabilmente è perché non avevano letto Lo straniero di Camus. In questi giorni appestati, di quarantene controvoglia e forte allarmismo, il nome di Albert Camus ritorna più volte, ovviamente legato a un altro grande classico: La peste, che racconta dello stato di un’epidemia e lo fa metafora esistenziale universale. Da poco è uscita la notizia che il romanzo è in vetta alla classifica di vendite in Italia, e che lo scorso gennaio in Francia ha venduto quasi il 40% delle copie normalmente acquistate in un anno: miracoli del coronavirus.

Ma Albert Camus non è stato solo uno dei padri dell’esistenzialismo nichilista e della teoria dell’assurdo come ragione ultima della realtà. Algerino di nascita, attivista ed ex comunista, uno degli uomini di culto – assieme a Sartre e Vian – tra quelli che bazzicavano i bar fumosi di Saint-Germain a Parigi, fortemente critico nei confronti della Francia, che massacrava gli stessi algerini nel dopoguerra. Uomo dunque di frontiera (ma anche “uomo di provincia e rappresentante di una minoranza”, come ebbe a dire di lui Mario Vargas Llosa), in una posizione molto stimolante anche per la nostra Europa di oggi. L’Europa che difese come progetto assieme ad Altiero Spinelli partecipando alla Conferenza federalista europea del 1945 e che troviamo in Il futuro della civiltà europea edito da Castelvecchi, tratto dall’intervento che tenne dieci anni dopo, nel 1955, ad Atene. Un letterale attacco frontale ai sovranisti contemporanei, pur difendendo un pluralismo equilibrante tra le varie nazioni. L’Europa “ha bisogno di respiro, di grazia, di modi di pensare che non siano provinciali, mentre al momento tutti i nostri modi di pensare lo sono”.

Camus è anche però un uomo dal tragico destino personale: oltre alla vita impegnata, ebbe amori intensi, grande notorietà, ma anche sfortuna. Malato di tubercolosi da tempo, si schiantò in un incidente d’auto con l’amico ed editore Gallimard. Al di là dei suoi romanzi e saggi classici, tra i quali sarebbe da annoverare il meno compreso La caduta, e quasi tutti pubblicati da Bompiani, per ripercorre la sua vita  e il suo esempio sarebbe utile rileggere i suoi meravigliosi Taccuini pubblicati nel 2018 dallo stesso editore. 

I Taccuini sono un documento personalissimo, ma non diaristico, scritti durante tutta la sua vita, uno zibaldone di abbozzi e pensieri e di incipit poi rivelati (come quello de Lo straniero), che paiono girare attorno a quelle che l’autore ha definito le sue parole preferite: Il mondo, il dolore, la terra, la madre, gli uomini, il deserto, l’onore, la miseria, l’estate, il mare”. Ripensamenti, versioni differenti e appunti come questo: “Romanzo. Non mettere ‘La peste’ nel titolo, ma qualcosa come ‘I prigionieri’”, che avrebbero forse per sempre cambiato la fortuna di quel romanzo. E ancora appunti di viaggio alcuni molto sensuali, come quelli in giro per l’Italia, in pellegrinaggio a Torino nei luoghi di Nietzsche, a Genova, a Roma con Moravia e a Firenze in adorazione dei pittori primitivi fiorentini e senesi, pagine dense di ricerca di felicità, ma anche di tristezza per il sopraggiungere della malattia. “Le rose tardive nel chiostro di Santa Maria Novella e le donne, questa domenica mattina, nelle vie di Firenze. Seni liberi, occhi e labbra che ti lasciano col batticuore, la gola secca e una vampata alle reni”, si legge. Questo magari vi consolerà, oggi che la bellezza del nostro territorio ci pare inaccessibile e i musei sono chiusi o deserti. 

Chi volesse proseguire un elemento sensuale presente nei Taccuini in giorni in cui ogni relazione anche sentimentale sembra condannata alla distanza di sicurezza di almeno due metri, potrebbe ultimamente trovare di spunto nella Corrispondenza tra lui e l’attrice spagnola Maria Casares, uscita pochi anni fa per Gallimard e in Italia tradotto parzialmente per la rivista NiedernGasse a cura di Diego Bertelli e Paola Silvia Dolci. La Correspondance (1944-1959) coglie gli anni di massimo successo dell’autore e l’inizio della carriera di lei, intrecciandoli con la passione vertiginosa che ebbe, lui già sposato, per la giovane attrice appena ventenne, sbocciata come in una favola durante la notte dello sbarco in Normandia degli Alleati. Mentre lui è in giro per conferenze e presentazioni e viene insignito del Nobel nel 1957, lei calca i teatri d’Europa e delle Americhe. Sono 865 lettere fatte di distanza sofferte e viaggi per il mondo, di delusioni personali e ricerca di vicinanza anche carnale, in cui Camus pare, attraverso la lente della passione, esporre tutte le sue teorie: “Col passare degli anni io ho perso le mie radici, invece di crearmene, salvo una, tu, che sei la mia fonte di vita, la sola cosa che oggi mi leghi al mondo reale”, le scrive il 21 luglio del 1958.

La corrispondenza si interrompe nel dicembre del 1959: Camus muore il 4 gennaio del 1960 per il già detto incidente stradale. Il saggio di Giovanni Catelli, Camus deve morire, pubblicato da Nutrimenti vuole svelare forse il segreto più grande di questa morte. Non fu una fatalità, ma forse il Kgb stesso che manomise la vettura. Fu il ministro degli esteri russo Šepilov, pare, a ordinare l’attentato, perché Camus era stato molto critico nei suoi confronti e oltretutto aveva spinto per la candidatura di Boris Pasternak. Il libro tradotto anche in francese ha la prestigiosa quarta di Paul Auster, anch’egli sostenitore del complotto, e parla di “assassinio politico”

Seguendo quasi questo filo d’indagine e di complotto, c’è da segnalare che l’influenza dell’autore francese si è fatta sentire anche ultimamente in casi come quello del romanzo Il caso Meursault (Bompiani) dell’autore Kamel Daoud, che già dal titolo chiaramente si confronta ovviamente con Lo straniero. L’autore, che vive a Orano, la città algerina de La peste ambisce in modo raffinato a rovesciare in chiave postcoloniale, senza però contestarne la grandezza, la vicenda raccontata da Camus, che si apre con l’uccisione dello straniero senza nome ad opera del celeberrimo Meursault. Chi era quell’uomo senza nome? L’io narrante, affidato al fratello dell’assassinato che ha finalmente un nome (Moussa), racconta la sua vita tormentata dalla morte del fratello, e l’autore lo segue con rimandi a volte sottili e a volte evidenti all’opera camusiana, usandola come una sorta di testo di riferimento per raccontare la storia algerina e allo stesso tempo la voglia di riscatto per il fratello, rovesciando il ruolo passivo della madre di Meursault e uccidendo per lei. 

Chi fosse infine incline a proseguire con altri adattamenti, che stavolta danno luminosità e un altro tipo di narrazione (chissà: più conciliante?), potrà seguire la serie di graphic novel tratte dai romanzi di Camus curate da Jacques Ferrandez, anch’egli di nascita algerina. In questi giorni di letture per quarantene forzate, potrebbero aggiungere una prospettiva interessante alla pila dei libri che speriamo divorerete.

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[Fonte Wired.it]